Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 14/03/2012
Rick Santorum ne vince tre di fila, il Kansas, il Mississippi e l’Alabama, e rimette in discussione la vittoria finale di Mitt Romney, che, con il Super-Martedì, era tornato battistrada nella corsa alla nomination repubblicana per la candidatura alla Casa Bianca. Newt Gingrich non sfonda neppure nel suo Sud, dove ha vinto solo Georgia e North Carolina, e sembra fuori gioco, ma vuole rimanere in lizza. Ron Paul, il libertario, qui affonda, ma non se ne dà per vinto.
Giunta a metà strada, prosegue a quattro la corsa alla nomination repubblicana. Ma in realtà è gara a due, tra Romney, il mormone moderato, e Santorum, il cattolico ultra-conservatore, per giunta italo-americano.
Fronte Stati, s’è finora votato in 25 su 50, oltre che in una manciata di territori del Pacifico: Romney ha vinto 13 volte, Santorum 10, Gingrich due, Paul mai. Fronte delegati, che sono quelli che contano per ottenere la nomination, Romney viaggia tra i 470 e i 480, circa il doppio di Santorum, mentre Gingrich ne ha, a sua volta, circa la metà di Santorum e Paul è fermo a 64, la metà di Gingrich. Vi sono, poi, poche decine di delegati non assegnati. E sono attesi, in giornata, i risultati delle Hawaii.
Le posizioni appaiono delineate. Ma se Gingrich si ritirasse e i suoi delegati espressione d’un elettorato ultra-conservatore come quello di Santorum, passassero all’ex senatore della Pennsylvania le distanze tra Romney e il suo rivale si ridurrebbero sensibilmente. La corsa è dunque ancora aperta e incerta, anche perché restano da assegnare più della metà dei delegati -1144 ne servono per l’investitura della convention-: Si deve ancora votare negli Stati più popolosi, il Texas, New York, la California.
E i sondaggi fanno pure suonare campanelli d’allarme per il presidente democratico Barack Obama: l suo tasso di popolarità è di nuovo sceso sotto il 50% e, se l’Election day fosse oggi, Romney e Santorum non partono battuti. Ma si vota il 6 novembre e di cose ne possono ancora succedere un sacco. Magari gli elettori della Cintura della Bibbia, convinti che Obama sia musulmano, si arrendono all’evidenza che è cristiano: magari non integralista come loro, ma cristiano.
mercoledì 14 marzo 2012
Monti-Merkel: l'emergenza non è superata, avanti così
Scritto per EurActiv.it il 13/03/2012. Altra versione su LIndro.it
In una giornata d’euforia per le borse europee, la notizia che l’agenzia di rating Fitch rivede al rialzo il rating della Grecia corona una serie di segnali d’ottimismo per l’uscita dell’Europa dalla crisi. E fa da sfondo all’incontro tra il premier italiano Mario Monti e la cancelliera tedesca Angela Merkel, che, a Roma, vede pure il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La Merkel e Monti smorzano, però, gli entusiasmi: “Abbiamo fatto un bel pezzo di strada, ma non siamo ancora in vetta”, avverte Angela; e “l’emergenza non è superata, i compiti non sono finiti”, rincara Mario.
La prima voce ottimista di questo 13 marzo europeo è quella di Mario Draghi, il presidente della Bce, che vede “chiari segni di stabilizzazione della situazione finanziaria”. Ora –aggiunge- tocca ai governi fare riforme strutturali che tengano insieme l’eurozona. E la Banca centrale europea non avverte rischi d’inflazione, nonostante le cifre appena pubblicate in Italia lascino pensare il contrario, con un’impennata del ‘carrello della spesa’.
In serata, poi, Fitch esprime il parere che la Grecia non corre più il rischio di fallire, dopo lo swap del debito concordato la scorsa settimana e l’aiuto concessole dai partner europei e dall’Fmi. La valutazione sale a B+, con prospettive stabili, anche se le elezioni politiche subito dopo la Pasqua ortodossa addensano nubi all’orizzonte.
La giornata di Monti è (quasi) tutta europea, divisa tra la riunione dell’Ecofin a Bruxelles, dove si discute, senza un’intesa, della tassa sulle transazioni finanziarie, la Tobin Tax, e dove il premier italiano riceve gli ormai consueti commenti positivi dei ministri delle finanze per i “progressi evidenti” fatti dall’Italia: bene l’asta dei bot, con rendimenti ancora in calo, e lo spread ancorato intorno a quota 300.
La Merkel arriva a Roma accompagnata e accolta dalle esortazioni dei federalisti ad accelerare il percorso verso la federazione europea, ma anche da proclami della destra ostili e bellicosi: la Giovane Italia paragona la sua visita “a una gita nella colonie” d’autarchica memoria, mentre La Destra di Francesco Storace vorrebbe “prenderla a pomodori”. Non succede nulla del genere, però: l’incontro con Monti a Palazzo Chigi avviene in un clima sereno e cordiale.
Nella conferenza stampa, Monti, per una volta, appare più preoccupato della politica –la riforma del lavoro che attraversa un mare in tempesta e l’incontro di giovedì con i leader della maggioranza- che dell’economia, anche se dice a chiare lettere che “non ci si può rilassare”: se il risanamento delle finanze dell’eurozona è fatto e, sostanzialmente, blindato con il Patto di Bilancio, ora c’è da pensare alla crescita. Per cooperare ad accelerarla, e a creare posti di lavoro, c’è “pieno accordo” tra Italia e Germania -assicurano i due leader-, in un contesto di relazioni bilaterali “di consolidata qualità” e di “dialogo aperto”.
La Merkel non si sottrae a pagare a Monti un tributo di complimenti, stavolta per “le riforme coraggiose”. Ma su alcuni punti le posizioni non sono concordanti, come ad esempio sulla Tobin Tax, dove c’è solo l’impegno a cercare “una posizione comune”. Di fronte agli incitamenti dei federalisti, Mario vuole “migliorare la casa comune europea” e Angela “rafforzare il coordinamento fra gli Stati”: parole generiche. E la cancelliera si sottrae alla trappola di una domanda sulla presidenza dell’Eurogruppo, dopo le voci, smentite, di una candidatura di Monti a rimpiazzare il premier lussemburghese Jean-Claude Juncker a fine mandato: “E presto” per parlane, dice, -aggiunge, “mi piace come lavorano Monti e Draghi” –come dire che l’abbinata italiana Eurogruppo/Bce non le dispiacerebbe-.
Nel colloquio a Palazzo Chigi, c’è pure uno spazio per questioni di politica internazionale: le preoccupazioni per l’Iran e lo sdegno per la Siria.
In una giornata d’euforia per le borse europee, la notizia che l’agenzia di rating Fitch rivede al rialzo il rating della Grecia corona una serie di segnali d’ottimismo per l’uscita dell’Europa dalla crisi. E fa da sfondo all’incontro tra il premier italiano Mario Monti e la cancelliera tedesca Angela Merkel, che, a Roma, vede pure il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La Merkel e Monti smorzano, però, gli entusiasmi: “Abbiamo fatto un bel pezzo di strada, ma non siamo ancora in vetta”, avverte Angela; e “l’emergenza non è superata, i compiti non sono finiti”, rincara Mario.
La prima voce ottimista di questo 13 marzo europeo è quella di Mario Draghi, il presidente della Bce, che vede “chiari segni di stabilizzazione della situazione finanziaria”. Ora –aggiunge- tocca ai governi fare riforme strutturali che tengano insieme l’eurozona. E la Banca centrale europea non avverte rischi d’inflazione, nonostante le cifre appena pubblicate in Italia lascino pensare il contrario, con un’impennata del ‘carrello della spesa’.
In serata, poi, Fitch esprime il parere che la Grecia non corre più il rischio di fallire, dopo lo swap del debito concordato la scorsa settimana e l’aiuto concessole dai partner europei e dall’Fmi. La valutazione sale a B+, con prospettive stabili, anche se le elezioni politiche subito dopo la Pasqua ortodossa addensano nubi all’orizzonte.
La giornata di Monti è (quasi) tutta europea, divisa tra la riunione dell’Ecofin a Bruxelles, dove si discute, senza un’intesa, della tassa sulle transazioni finanziarie, la Tobin Tax, e dove il premier italiano riceve gli ormai consueti commenti positivi dei ministri delle finanze per i “progressi evidenti” fatti dall’Italia: bene l’asta dei bot, con rendimenti ancora in calo, e lo spread ancorato intorno a quota 300.
La Merkel arriva a Roma accompagnata e accolta dalle esortazioni dei federalisti ad accelerare il percorso verso la federazione europea, ma anche da proclami della destra ostili e bellicosi: la Giovane Italia paragona la sua visita “a una gita nella colonie” d’autarchica memoria, mentre La Destra di Francesco Storace vorrebbe “prenderla a pomodori”. Non succede nulla del genere, però: l’incontro con Monti a Palazzo Chigi avviene in un clima sereno e cordiale.
Nella conferenza stampa, Monti, per una volta, appare più preoccupato della politica –la riforma del lavoro che attraversa un mare in tempesta e l’incontro di giovedì con i leader della maggioranza- che dell’economia, anche se dice a chiare lettere che “non ci si può rilassare”: se il risanamento delle finanze dell’eurozona è fatto e, sostanzialmente, blindato con il Patto di Bilancio, ora c’è da pensare alla crescita. Per cooperare ad accelerarla, e a creare posti di lavoro, c’è “pieno accordo” tra Italia e Germania -assicurano i due leader-, in un contesto di relazioni bilaterali “di consolidata qualità” e di “dialogo aperto”.
La Merkel non si sottrae a pagare a Monti un tributo di complimenti, stavolta per “le riforme coraggiose”. Ma su alcuni punti le posizioni non sono concordanti, come ad esempio sulla Tobin Tax, dove c’è solo l’impegno a cercare “una posizione comune”. Di fronte agli incitamenti dei federalisti, Mario vuole “migliorare la casa comune europea” e Angela “rafforzare il coordinamento fra gli Stati”: parole generiche. E la cancelliera si sottrae alla trappola di una domanda sulla presidenza dell’Eurogruppo, dopo le voci, smentite, di una candidatura di Monti a rimpiazzare il premier lussemburghese Jean-Claude Juncker a fine mandato: “E presto” per parlane, dice, -aggiunge, “mi piace come lavorano Monti e Draghi” –come dire che l’abbinata italiana Eurogruppo/Bce non le dispiacerebbe-.
Nel colloquio a Palazzo Chigi, c’è pure uno spazio per questioni di politica internazionale: le preoccupazioni per l’Iran e lo sdegno per la Siria.
Marò/Lamolinara: Terzi dà i colpevoli, l'armatore e i britannici
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 14/03/2012
Per essere un diplomatico di carriera, “un funzionario”, dicono i politici, con un tono di spregio superiore al ”tecnico”, Giulio Terzi, ambasciatore, ministro degli esteri del governo Monti, almeno parla chiaro. Fa rapporto al Senato –oggi, è alla Camera- sulle vicende dei marò prigionieri in India e dell’ostaggio ucciso
in Nigeria, due prove difficili per la politica estera italiana. E punta il dito contro Gran Bretagna e India, ma soprattutto contro la compagnia armatrice della Enrica Lexie, la nave su cui si trovavano i due militari ora detenuti con l’accusa di avere ucciso due pescatori indiani scambiati per pirati.
Quella nave non avrebbe mai dovuto entrare nel porto di Kochi –aveva già detto Terzi, che non si sottrae alle polemiche, prima di presentarsi in Parlamento-. In aula, puntualizza: “La compagnia armatrice –racconta, ricostruendo le prime ore della drammatica vicenda- ha accolto la richiesta indiana di far entrare la nave in acque indiane”, autorizzandola a deviare la rotta. ''Io non avevo titolo ne' autorità per modificare la decisione del comandante” di dirigersi verso Kochi. Ma il governo aveva subito realizzato che la sicurezza dei marò in un porto indiano era a rischio e, da quel momento, ha subito agito per tutelarla. I risultati sono ancora scarsi, ma la situazione, complicata dal contesto politico locale, è oggettivamente difficile: ci sono stati, da parte indiana, dice Terzi, “sotterfugi e azioni coercitive”.
Per la morte di Franco Lamolinara, l’ingegnere ucciso, con un britannico, giovedì scorso dai suoi rapitori –“terroristi di Boko Haram”- nella Nigeria del Nord, durante un raid della squadre speciali britanniche e nigeriane per liberarlo, Terzi riferisce che il ministro degli Esteri britannico William Hague gli ha garantito la “non intenzionalità della tardiva comunicazione” a Roma del blitz: il ritardo –la prima notizia arrivò a Roma alle 11.30, a battaglia già in corso- non è stato dettato “dal timore che l’Italia potesse opporsi” all’operazione.
Bugie diplomatiche, magari, quelle di Hague, ma a dargli del bugiardo c’è poi solo da sfidarlo a duello. C’è, in aula, chi non s’accontenta, ma la famiglia dell’ingegnere ucciso, che non chiede “vendetta”, non fomenta polemiche, né con Londra né con la Farnesina –“ottimi i rapporti” con la diplomazia italiana, dice; e, intanto, riceve una lettera di condoglianze dal premier britannico David Cameron-. Certo, vorrebbe la verità, anche sulle voci di un riscatto su cui s’intrecciano smentite rituali e nessuna conferma.
Lamolinara e marò non tengono banco solo a Palazzo Madama. Il premier Mario Monti ne parla a Bruxelles con il ‘ministro degli esteri europeo’ Lady Ashton, tardivamente pronta "a intraprendere ogni possibile ulteriore passo per arrivare a una soluzione positiva" della questione indiana: oggi, la Ashton farà rapporto al Parlamento europeo sulle iniziative avviate -una delegazione dell’Ue si recherà in India-. Con Monti, c’è concordanza “sulla necessità di inquadrare questo incidente nel contesto della cooperazione internazionale nella lotta contro la pirateria".
Nell’aula di Strasburgo, ieri la vicepresidente dell’Assemblea Roberta Angelilli ha indossato una maglietta con le foto dei due marò e la scritta "On your side", dalla vostra parte. Steffan De Mistura, il sottosegretario sul posto, li ha incontrati in prigione. E Terzi reitera la “volontà di trasparenza” del governo e l’impegno a riportare a casa vivi tutti e nove gli italiani ancora ostaggio nel Mondo.
Per essere un diplomatico di carriera, “un funzionario”, dicono i politici, con un tono di spregio superiore al ”tecnico”, Giulio Terzi, ambasciatore, ministro degli esteri del governo Monti, almeno parla chiaro. Fa rapporto al Senato –oggi, è alla Camera- sulle vicende dei marò prigionieri in India e dell’ostaggio ucciso
in Nigeria, due prove difficili per la politica estera italiana. E punta il dito contro Gran Bretagna e India, ma soprattutto contro la compagnia armatrice della Enrica Lexie, la nave su cui si trovavano i due militari ora detenuti con l’accusa di avere ucciso due pescatori indiani scambiati per pirati.
Quella nave non avrebbe mai dovuto entrare nel porto di Kochi –aveva già detto Terzi, che non si sottrae alle polemiche, prima di presentarsi in Parlamento-. In aula, puntualizza: “La compagnia armatrice –racconta, ricostruendo le prime ore della drammatica vicenda- ha accolto la richiesta indiana di far entrare la nave in acque indiane”, autorizzandola a deviare la rotta. ''Io non avevo titolo ne' autorità per modificare la decisione del comandante” di dirigersi verso Kochi. Ma il governo aveva subito realizzato che la sicurezza dei marò in un porto indiano era a rischio e, da quel momento, ha subito agito per tutelarla. I risultati sono ancora scarsi, ma la situazione, complicata dal contesto politico locale, è oggettivamente difficile: ci sono stati, da parte indiana, dice Terzi, “sotterfugi e azioni coercitive”.
Per la morte di Franco Lamolinara, l’ingegnere ucciso, con un britannico, giovedì scorso dai suoi rapitori –“terroristi di Boko Haram”- nella Nigeria del Nord, durante un raid della squadre speciali britanniche e nigeriane per liberarlo, Terzi riferisce che il ministro degli Esteri britannico William Hague gli ha garantito la “non intenzionalità della tardiva comunicazione” a Roma del blitz: il ritardo –la prima notizia arrivò a Roma alle 11.30, a battaglia già in corso- non è stato dettato “dal timore che l’Italia potesse opporsi” all’operazione.
Bugie diplomatiche, magari, quelle di Hague, ma a dargli del bugiardo c’è poi solo da sfidarlo a duello. C’è, in aula, chi non s’accontenta, ma la famiglia dell’ingegnere ucciso, che non chiede “vendetta”, non fomenta polemiche, né con Londra né con la Farnesina –“ottimi i rapporti” con la diplomazia italiana, dice; e, intanto, riceve una lettera di condoglianze dal premier britannico David Cameron-. Certo, vorrebbe la verità, anche sulle voci di un riscatto su cui s’intrecciano smentite rituali e nessuna conferma.
Lamolinara e marò non tengono banco solo a Palazzo Madama. Il premier Mario Monti ne parla a Bruxelles con il ‘ministro degli esteri europeo’ Lady Ashton, tardivamente pronta "a intraprendere ogni possibile ulteriore passo per arrivare a una soluzione positiva" della questione indiana: oggi, la Ashton farà rapporto al Parlamento europeo sulle iniziative avviate -una delegazione dell’Ue si recherà in India-. Con Monti, c’è concordanza “sulla necessità di inquadrare questo incidente nel contesto della cooperazione internazionale nella lotta contro la pirateria".
Nell’aula di Strasburgo, ieri la vicepresidente dell’Assemblea Roberta Angelilli ha indossato una maglietta con le foto dei due marò e la scritta "On your side", dalla vostra parte. Steffan De Mistura, il sottosegretario sul posto, li ha incontrati in prigione. E Terzi reitera la “volontà di trasparenza” del governo e l’impegno a riportare a casa vivi tutti e nove gli italiani ancora ostaggio nel Mondo.
Afghanistan: Obama non cambia exit strategy, lì fino a 2014
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 13/03/2012
L’ ‘exit strategy’ dall’Afghanistan degli Stati Uniti e dei loro alleati non cambia, nonostante il tragico bestiario degli orrori compiuti nelle ultime settimane dai soldati americani si sia allungato, domenica, con la strage di 17 civili, tutti donne e bambini, vicino a Kandahar. Il presidente Barack Obama è "molto preoccupato" delle possibili rappresaglie contro i militari Usa: i talebani giurano di vendicare il massacro, mentre i capi tribù lanciano appelli alla calma.
Obama è “sotto shock”, come il segretario di Stato Hillary Clinton. E il presidente afghano Hamid Karzai parla di “omicidi imperdonabili” e, per di più, “intenzionali”. Il Parlamento di Kabul chiede l’impossibile, che cioè i responsabili della strage siano processati sul territorio afghano. Possiamo già metterli tranquilli noi italiani: dal Cermis a Calipari, sappiamo benissimo che ciò non accadrà. E, infatti, il Pentagono annuncia che il militare presunto colpevole solitario –ma secondo altre versioni i responsabili sono una banda- sarà perseguito dalla giustizia americana.
Il vilipendio ai cadaveri dei nemici, urinandoci sopra, per di più in un video che finisce su youtube; poi, i corano bruciati in una base del Nord; e ora la strage nel Sud: la successione di episodi stupidi e violenti fa pensare a soldati ben al di là della crisi di nervi: le truppe, magari inconsciamente, adesso che sta per iniziare il ritiro, allentano i vincoli della disciplina e trasformano la paura in aggressività. Una risposta potrebbe essere accelerare i tempi del disimpegno, iniziarlo prima.
Ma Jay Carney, portavoce della Casa Bianca, smentisce ogni ipotesi di questo genere: "I nostri obiettivi strategici –dichiara- non sono cambiati e non cambieranno", gli Usa in Afghanistan vogliono sconfiggere al Qaeda e addestrare gli afghani perché possano garantire da soli la loro stessa sicurezza.
In realtà, quel che conta è venirsene via come previsto entro il 2014 (e se fosse possibile prima). E cominciare a farlo in estate, così che il presidente possa presentarsi alle elezioni di novembre avendo chiuso la guerra in Iraq e riportato a casa di là tutti i ‘ragazzi’ e avendo iniziato a chiudere quella in Afghanistan, ormai il più lungo conflitto mai combattuto dagli Stati Uniti.
La linea di Obama trova riscontri fra gli alleati atlantici. Solo la cancelliera tedesca Angela Merkel, in missione a sorpresa fra le truppe al fronte, esprime qualche incertezza sul rispetto delle scadenze. La Nato e il premier britannico David Cameron, invece, insistono sulla necessità di restare laggiù, nonostante quel che è successo.
Il conflitto non ha prodotto democrazia e benessere, ma un Paese instabile, il cui assetto, a partire dal governo corrotto e inefficiente di Karzai, difficilmente reggerà, quando le truppe internazionali se ne saranno tutte andate.
L’ ‘exit strategy’ dall’Afghanistan degli Stati Uniti e dei loro alleati non cambia, nonostante il tragico bestiario degli orrori compiuti nelle ultime settimane dai soldati americani si sia allungato, domenica, con la strage di 17 civili, tutti donne e bambini, vicino a Kandahar. Il presidente Barack Obama è "molto preoccupato" delle possibili rappresaglie contro i militari Usa: i talebani giurano di vendicare il massacro, mentre i capi tribù lanciano appelli alla calma.
Obama è “sotto shock”, come il segretario di Stato Hillary Clinton. E il presidente afghano Hamid Karzai parla di “omicidi imperdonabili” e, per di più, “intenzionali”. Il Parlamento di Kabul chiede l’impossibile, che cioè i responsabili della strage siano processati sul territorio afghano. Possiamo già metterli tranquilli noi italiani: dal Cermis a Calipari, sappiamo benissimo che ciò non accadrà. E, infatti, il Pentagono annuncia che il militare presunto colpevole solitario –ma secondo altre versioni i responsabili sono una banda- sarà perseguito dalla giustizia americana.
Il vilipendio ai cadaveri dei nemici, urinandoci sopra, per di più in un video che finisce su youtube; poi, i corano bruciati in una base del Nord; e ora la strage nel Sud: la successione di episodi stupidi e violenti fa pensare a soldati ben al di là della crisi di nervi: le truppe, magari inconsciamente, adesso che sta per iniziare il ritiro, allentano i vincoli della disciplina e trasformano la paura in aggressività. Una risposta potrebbe essere accelerare i tempi del disimpegno, iniziarlo prima.
Ma Jay Carney, portavoce della Casa Bianca, smentisce ogni ipotesi di questo genere: "I nostri obiettivi strategici –dichiara- non sono cambiati e non cambieranno", gli Usa in Afghanistan vogliono sconfiggere al Qaeda e addestrare gli afghani perché possano garantire da soli la loro stessa sicurezza.
In realtà, quel che conta è venirsene via come previsto entro il 2014 (e se fosse possibile prima). E cominciare a farlo in estate, così che il presidente possa presentarsi alle elezioni di novembre avendo chiuso la guerra in Iraq e riportato a casa di là tutti i ‘ragazzi’ e avendo iniziato a chiudere quella in Afghanistan, ormai il più lungo conflitto mai combattuto dagli Stati Uniti.
La linea di Obama trova riscontri fra gli alleati atlantici. Solo la cancelliera tedesca Angela Merkel, in missione a sorpresa fra le truppe al fronte, esprime qualche incertezza sul rispetto delle scadenze. La Nato e il premier britannico David Cameron, invece, insistono sulla necessità di restare laggiù, nonostante quel che è successo.
Il conflitto non ha prodotto democrazia e benessere, ma un Paese instabile, il cui assetto, a partire dal governo corrotto e inefficiente di Karzai, difficilmente reggerà, quando le truppe internazionali se ne saranno tutte andate.
lunedì 12 marzo 2012
Afghanistan: soldati Usa 'sbarellano, un bestiario degli orrori
Scritto per il blog de Il Fatto il 12/03/2012
Dopo 12 anni di guerra, uccisioni, perdite, frustrazioni, si sono stufati di starci: non vedono l’ora di venirne via, e, con la testa, non ci sono più. A meno di non voler pensare male –e con tutto quel che succede, ce ne sarebbe pure motivo-, i militari americani in Afghanistan stanno ‘sbarellando’ (e di brutto). A farne le spese, la popolazione locale, ma anche il l’inefficiente e traballante governo Karzai –e, lì, per quanto ci concerne, poco male-: la guerra più lunga mai combattuta dagli Stati Uniti non ha prodotto democrazia e benessere, ma un Paese instabile, i cui assetti difficilmente reggeranno quando, nel 2014, le truppe internazionali se ne saranno tutte andate.
Passi il fuoco amico, con i droni che faticano a fare la differenza fra il pashtun buono e quello cattivo, che sarebbe un talebano: in dodici anni di conflitto e di orrori, le popolazioni afghane ci si sono ormai abituate alla trafila consueta, l’errore ‘tragico’, i ‘danni collaterali’ –leggi, vittime innocenti-, le proteste, le scuse, l’inchiesta e, alla fine, l’indennizzo.
Ma il bestiario di queste ultimo settimane fa pensare a soldati ben al di là della crisi di nervi: le truppe, magari inconsciamente, adesso che sta per iniziare il ritiro, allentano i vincoli della disciplina e trasformano la paura in aggressività. Si possono forse spiegare così il vilipendio ai cadaveri dei nemici, urinandoci sopra, per di più in un video che finisce su youtube; poi, i corano bruciati in una base del Nord; e ancora la strage di donne e bambini in due villaggi nei pressi di Kandahar, nel Sud.
In attesa che l’immancabile inchiesta accerti se è stata l’azione di un singolo soldato ‘colto da raptus’, o se invece si sia trattato di un’azione di gruppo, “militari ubrianchi” che sparavano all’impazzata, “ridendo”, i presidenti americano e afghano recitano l’uno il ruolo del contrito (“sono sotto shock”, dice Barack Obama) e l’altro dell’irritato (“Omicidi imperdonabili” e, per di più, “intenzionali”, afferma Hamid Karzai).
Ma Obama, forse, si permette pure di pensare male, perché è difficile ammettere che soldati bene addestrati commettano nefandezze del genere in serie, in un contesto, per di più, di pressione militare inferiore al passato. L’ipotesi che qualcuno al Pentagono voglia mettere i bastoni tra le ruote al presidente, in vista delle elezioni di novembre, non è peregrina: un riacutizzarsi della tensione in Afghanistan impedirebbe a Obama di presentarsi agli americani come il ‘pacificatore’, il presidente che ha portato a casa i ragazzi dall’Iraq e ha cominciato a farlo dall’Afghanistan.
Probabilmente, un ‘dottor Stranamore’ della guerra al terrorismo non esiste. Ma pensarlo non è peccato.
Dopo 12 anni di guerra, uccisioni, perdite, frustrazioni, si sono stufati di starci: non vedono l’ora di venirne via, e, con la testa, non ci sono più. A meno di non voler pensare male –e con tutto quel che succede, ce ne sarebbe pure motivo-, i militari americani in Afghanistan stanno ‘sbarellando’ (e di brutto). A farne le spese, la popolazione locale, ma anche il l’inefficiente e traballante governo Karzai –e, lì, per quanto ci concerne, poco male-: la guerra più lunga mai combattuta dagli Stati Uniti non ha prodotto democrazia e benessere, ma un Paese instabile, i cui assetti difficilmente reggeranno quando, nel 2014, le truppe internazionali se ne saranno tutte andate.
Passi il fuoco amico, con i droni che faticano a fare la differenza fra il pashtun buono e quello cattivo, che sarebbe un talebano: in dodici anni di conflitto e di orrori, le popolazioni afghane ci si sono ormai abituate alla trafila consueta, l’errore ‘tragico’, i ‘danni collaterali’ –leggi, vittime innocenti-, le proteste, le scuse, l’inchiesta e, alla fine, l’indennizzo.
Ma il bestiario di queste ultimo settimane fa pensare a soldati ben al di là della crisi di nervi: le truppe, magari inconsciamente, adesso che sta per iniziare il ritiro, allentano i vincoli della disciplina e trasformano la paura in aggressività. Si possono forse spiegare così il vilipendio ai cadaveri dei nemici, urinandoci sopra, per di più in un video che finisce su youtube; poi, i corano bruciati in una base del Nord; e ancora la strage di donne e bambini in due villaggi nei pressi di Kandahar, nel Sud.
In attesa che l’immancabile inchiesta accerti se è stata l’azione di un singolo soldato ‘colto da raptus’, o se invece si sia trattato di un’azione di gruppo, “militari ubrianchi” che sparavano all’impazzata, “ridendo”, i presidenti americano e afghano recitano l’uno il ruolo del contrito (“sono sotto shock”, dice Barack Obama) e l’altro dell’irritato (“Omicidi imperdonabili” e, per di più, “intenzionali”, afferma Hamid Karzai).
Ma Obama, forse, si permette pure di pensare male, perché è difficile ammettere che soldati bene addestrati commettano nefandezze del genere in serie, in un contesto, per di più, di pressione militare inferiore al passato. L’ipotesi che qualcuno al Pentagono voglia mettere i bastoni tra le ruote al presidente, in vista delle elezioni di novembre, non è peregrina: un riacutizzarsi della tensione in Afghanistan impedirebbe a Obama di presentarsi agli americani come il ‘pacificatore’, il presidente che ha portato a casa i ragazzi dall’Iraq e ha cominciato a farlo dall’Afghanistan.
Probabilmente, un ‘dottor Stranamore’ della guerra al terrorismo non esiste. Ma pensarlo non è peccato.
domenica 11 marzo 2012
Nigeria: ostaggio ucciso, Cassini 'Meglio i tecnici che Frattini'
Scritto per Il fatto Quotidiano dell'11/03/2012
“Siamo stati sfortunati ad avere una serie di problemi non prevedibili e non facilmente risolvibili che si sono cumulati insieme”: l’ex ambasciatore Giuseppe Ino Cassini, una voce esperta e critica della diplomazia italiana, vede così il trittico nero Urru/marò/Lamolinara. E non crede che l’Italia in queste vicende sia stata handicappata dal governo tecnico: “Meglio che chi li aveva preceduti”, dice.
L’ambasciatore analizza il caso India e quello Nigeria. “Il caso indiano è un esempio classico di situazione de facto di non ancora disciplinata a livelli giuridico internazionale. In questo vuoto legislativo, solo la diplomazia può trovare una soluzione. E persona migliore di De Mistura non si poteva avere in un negoziato così complesso con gli indiani che sono parte lesa”.
Sul caso Nigeria, “è difficile per ora commentare fatti di cui non conosciamo i dettagli. E’ comunque grave che l’azione sia partita senza avvertire il Paese di uno degli ostaggi. E, certo, in generale il negoziato è la soluzione migliore per liberare gli ostaggi; ed è in particolare sempre così in Somalia”, dove i pirati detengono ancora sei ostaggi italiani.
E allora, perché intervenire? “Nessuno sa con certezza se è vero che gli inglesi hanno sentito d’avere un’ultima chance per salvare gli ostaggi, di dovere agire subito. Potevano forse rischiare, ma non prima di avere sentito il paese dell’ostaggio. C’è l’impressione che abbiano agito d’istinto. E c’è anche la sensazione che, siccome noi non siamo americani, hanno pensato che potevano provarci senza dircelo”.
Con un governo politico, non l’avrebbero fatto? “L’attuale ministro degli esteri Giulio Terzi ha una debolezza intrinseca, in quanto è un funzionario, ma ha un punto a suo favore.: è indubbiamente meglio del suo predecessore”, l’ex ministro degli esteri Franco Frattini. Cassini precisa: “Molti dei funzionari della Farnesina farebbero il ministro meglio del predecessore di Terzi”.
E poi “il fatto che questo governo sia debole sul piano politico e parlamentare conta poco in politica estera, perché le vitù di questo governo in politica estera sono comunque superiori a quelle del governo precedente. E’ una sensazione percepita in tutto il Mondo, persino in Thailandia, dove sono appena stato, s’è avvertito il cambiamento”.
“Siamo stati sfortunati ad avere una serie di problemi non prevedibili e non facilmente risolvibili che si sono cumulati insieme”: l’ex ambasciatore Giuseppe Ino Cassini, una voce esperta e critica della diplomazia italiana, vede così il trittico nero Urru/marò/Lamolinara. E non crede che l’Italia in queste vicende sia stata handicappata dal governo tecnico: “Meglio che chi li aveva preceduti”, dice.
L’ambasciatore analizza il caso India e quello Nigeria. “Il caso indiano è un esempio classico di situazione de facto di non ancora disciplinata a livelli giuridico internazionale. In questo vuoto legislativo, solo la diplomazia può trovare una soluzione. E persona migliore di De Mistura non si poteva avere in un negoziato così complesso con gli indiani che sono parte lesa”.
Sul caso Nigeria, “è difficile per ora commentare fatti di cui non conosciamo i dettagli. E’ comunque grave che l’azione sia partita senza avvertire il Paese di uno degli ostaggi. E, certo, in generale il negoziato è la soluzione migliore per liberare gli ostaggi; ed è in particolare sempre così in Somalia”, dove i pirati detengono ancora sei ostaggi italiani.
E allora, perché intervenire? “Nessuno sa con certezza se è vero che gli inglesi hanno sentito d’avere un’ultima chance per salvare gli ostaggi, di dovere agire subito. Potevano forse rischiare, ma non prima di avere sentito il paese dell’ostaggio. C’è l’impressione che abbiano agito d’istinto. E c’è anche la sensazione che, siccome noi non siamo americani, hanno pensato che potevano provarci senza dircelo”.
Con un governo politico, non l’avrebbero fatto? “L’attuale ministro degli esteri Giulio Terzi ha una debolezza intrinseca, in quanto è un funzionario, ma ha un punto a suo favore.: è indubbiamente meglio del suo predecessore”, l’ex ministro degli esteri Franco Frattini. Cassini precisa: “Molti dei funzionari della Farnesina farebbero il ministro meglio del predecessore di Terzi”.
E poi “il fatto che questo governo sia debole sul piano politico e parlamentare conta poco in politica estera, perché le vitù di questo governo in politica estera sono comunque superiori a quelle del governo precedente. E’ una sensazione percepita in tutto il Mondo, persino in Thailandia, dove sono appena stato, s’è avvertito il cambiamento”.
Nigeria: ostaggio ucciso, dal litigio con Londra al litigio fra di noi
Scritto per Il Fatto Quotidiano dell'11/03/2012
“Non vogliamo accettare che illazioni e diatribe interne si sviluppino sulla pelle dei connazionali a rischio”: la frase del ministro degli esteri Giulio Terzi suona monito a quelle forze politiche come Pdl e Lega che speculano sulla tragica fine di Franco Lamolinara, mentre ancora altri nove italiani sono tenuti sequestrati nel mondo. Fra questi, Rossella Urru e Maria Sandra Mariani, ostaggio da bande in qualche modo assimilabili a quella che ha catturato e poi ucciso l’ingegnere di Gattinara la cui salma è rientrata ieri in Italia dalla Nigeria, accolta dal ministro della difesa Di Paola.
La tensione diplomatica tra Roma e Londra s’è un po’ stemperata nelle ultime ore, dopo che il ministro degli esteri britannico Hague s’è impegnato con il collega Terzi “a fornire una ricostruzione dettagliata minuto per minuto di quanto avvenuto”. Ma s’è invece surriscaldato il clima politico interno.
A dimostrazione della situazione di pericolo in cui operano molti lavoratori italiani all’estero, proprio dalla Nigeria giunge notizia di uno sventato rapimento di un altro ingegnere ad Asaba: qui siamo nel delta del Niger, nel sud, dove episodi del genere sono frequenti, ma non hanno un’impronta terroristica, come nel Nord, dove è stato ammazzato Lamolinara. Secondo quanto riferisce un quotidiano online locale, Renzo Galvagni è sfuggito alla cattura grazie all’intervento della polizia e sta bene. Uno dei rapitori sarebbe stato arrestato, gli altri sarebbero stati identificati. I fatti risalgono a venerdì, ma solo ieri se n’è avuta contezza.
Dopo avere cercato di sopire l’incendio internazionale scatenato tra Italia e Gran Bretagna dall’azione di commando non concordata tra Roma e Londra per liberare Lamolinara e l’ostaggio britannico Chris McManus, poi tragicamente conclusasi, Terzi e il governo cercano di soffocare sul nascere gli strumentali incendi politici interni, anche se c’è qualche malumore e disagio fra diversi corpi dello Stato, gli Esteri, la Difesa, i Servizi segreti, ciascuno incline a mettere in discussione l’operato degli altri.
E, intanto, s’intrecciano voci che non siamo in grado di controllare, sul fatto, ad esempio, che i servizi segreti italiani, e pure la difesa, fossero al corrente dei preparativi del blitz e anche dell’eventualità dell’azione–secondo la stampa di Londra, i commando britannici erano giunti sul posto da due settimane: certo, se ne saranno accorti pure i sequestratori-. C’è pure chi dice che fosse già stato pagato un riscatto per Lamolinara, ma non ve n’è riscontro. Tutti sembrano, invece, concordare sul fatto che l’attacco sia stato lanciataodopo l’arresto di un capo locale di Boko Haram, l’organizzazione terroristica integralista anti-cristiana, che smentisce, però, d’avere avuto un ruolo nel cruento sequestro.
Le versioni sull’accaduto s’intrecciano e si sovrappongono: secondo alcuni testimoni sentiti dall’Afp, il combattimento sarebbe durato ore e ore, ben sette; altre fonti, poco attendibili, però, contraddicono la versione ufficiale, che gli ostaggi sarebbero stati uccisi dai rapitori con colpi alla testa nel bagno dell’appartamento prigione, e li dicono vittime dell’intenso fuoco incrociato –i terroristi avrebbero perso otto uomini-.
L’ordine d’intervenire sarebbe stato dato da Cameron venerdì mattina, ma ci si chiede perché l’azione, condotta da una quarantina di uomini, sia stata lanciata in pieno giorno. Una circostanza che avvalora la tesi che l’attacco sia scattato quando i servizi britannici hanno creduto che gli ostaggi sarebbero stati ceduti a un gruppo ancora più estremista di quello che li aveva presi.
L’appello a non trasformare la tragedia di Lamolinara in un teatrino della politica nostrana non è raccolto da tutti. Se Fini dichiara “piena fiducia” in Terzi e pure nei servizi, proprio uno dei suoi scudieri, Bocchino, dice che “alla Farnesina sono meglio i politici” dei tecnici. Ronchi, un transfuga finiano da andata e ritorno, parla di “figuraccia del governo”, che “ha balbettato”. Linguaggio analogo da parte di Vendola, che accusa il governo di “dilettantismo”. L’Idv dice che l’esecutivo s’è mosso “tardi e male”. Lega e Pdl ci mettono un carico da quaranta. Diverso il linguaggio del Pd: Minniti dice che l’errore è solo britannico; Bersani chiede che Londra chiarisca “una vicenda inspiegabile”, ,
A rispondere in Parlamento, non dovrà essere solo il governo italiano, sollecitato da tutte le forze politiche. L’opposizione laburista, in Gran Bretagna, vuole spiegazioni ai Comuni da Cameron. E, la prossima settimana, anche il ‘ministro degli esteri’ europeo Lady Ashton, guarda caso britannica, riferirà al Parlamento europeo sulle vicende dei marò e degli ostaggi nigeriani.
“Non vogliamo accettare che illazioni e diatribe interne si sviluppino sulla pelle dei connazionali a rischio”: la frase del ministro degli esteri Giulio Terzi suona monito a quelle forze politiche come Pdl e Lega che speculano sulla tragica fine di Franco Lamolinara, mentre ancora altri nove italiani sono tenuti sequestrati nel mondo. Fra questi, Rossella Urru e Maria Sandra Mariani, ostaggio da bande in qualche modo assimilabili a quella che ha catturato e poi ucciso l’ingegnere di Gattinara la cui salma è rientrata ieri in Italia dalla Nigeria, accolta dal ministro della difesa Di Paola.
La tensione diplomatica tra Roma e Londra s’è un po’ stemperata nelle ultime ore, dopo che il ministro degli esteri britannico Hague s’è impegnato con il collega Terzi “a fornire una ricostruzione dettagliata minuto per minuto di quanto avvenuto”. Ma s’è invece surriscaldato il clima politico interno.
A dimostrazione della situazione di pericolo in cui operano molti lavoratori italiani all’estero, proprio dalla Nigeria giunge notizia di uno sventato rapimento di un altro ingegnere ad Asaba: qui siamo nel delta del Niger, nel sud, dove episodi del genere sono frequenti, ma non hanno un’impronta terroristica, come nel Nord, dove è stato ammazzato Lamolinara. Secondo quanto riferisce un quotidiano online locale, Renzo Galvagni è sfuggito alla cattura grazie all’intervento della polizia e sta bene. Uno dei rapitori sarebbe stato arrestato, gli altri sarebbero stati identificati. I fatti risalgono a venerdì, ma solo ieri se n’è avuta contezza.
Dopo avere cercato di sopire l’incendio internazionale scatenato tra Italia e Gran Bretagna dall’azione di commando non concordata tra Roma e Londra per liberare Lamolinara e l’ostaggio britannico Chris McManus, poi tragicamente conclusasi, Terzi e il governo cercano di soffocare sul nascere gli strumentali incendi politici interni, anche se c’è qualche malumore e disagio fra diversi corpi dello Stato, gli Esteri, la Difesa, i Servizi segreti, ciascuno incline a mettere in discussione l’operato degli altri.
E, intanto, s’intrecciano voci che non siamo in grado di controllare, sul fatto, ad esempio, che i servizi segreti italiani, e pure la difesa, fossero al corrente dei preparativi del blitz e anche dell’eventualità dell’azione–secondo la stampa di Londra, i commando britannici erano giunti sul posto da due settimane: certo, se ne saranno accorti pure i sequestratori-. C’è pure chi dice che fosse già stato pagato un riscatto per Lamolinara, ma non ve n’è riscontro. Tutti sembrano, invece, concordare sul fatto che l’attacco sia stato lanciataodopo l’arresto di un capo locale di Boko Haram, l’organizzazione terroristica integralista anti-cristiana, che smentisce, però, d’avere avuto un ruolo nel cruento sequestro.
Le versioni sull’accaduto s’intrecciano e si sovrappongono: secondo alcuni testimoni sentiti dall’Afp, il combattimento sarebbe durato ore e ore, ben sette; altre fonti, poco attendibili, però, contraddicono la versione ufficiale, che gli ostaggi sarebbero stati uccisi dai rapitori con colpi alla testa nel bagno dell’appartamento prigione, e li dicono vittime dell’intenso fuoco incrociato –i terroristi avrebbero perso otto uomini-.
L’ordine d’intervenire sarebbe stato dato da Cameron venerdì mattina, ma ci si chiede perché l’azione, condotta da una quarantina di uomini, sia stata lanciata in pieno giorno. Una circostanza che avvalora la tesi che l’attacco sia scattato quando i servizi britannici hanno creduto che gli ostaggi sarebbero stati ceduti a un gruppo ancora più estremista di quello che li aveva presi.
L’appello a non trasformare la tragedia di Lamolinara in un teatrino della politica nostrana non è raccolto da tutti. Se Fini dichiara “piena fiducia” in Terzi e pure nei servizi, proprio uno dei suoi scudieri, Bocchino, dice che “alla Farnesina sono meglio i politici” dei tecnici. Ronchi, un transfuga finiano da andata e ritorno, parla di “figuraccia del governo”, che “ha balbettato”. Linguaggio analogo da parte di Vendola, che accusa il governo di “dilettantismo”. L’Idv dice che l’esecutivo s’è mosso “tardi e male”. Lega e Pdl ci mettono un carico da quaranta. Diverso il linguaggio del Pd: Minniti dice che l’errore è solo britannico; Bersani chiede che Londra chiarisca “una vicenda inspiegabile”, ,
A rispondere in Parlamento, non dovrà essere solo il governo italiano, sollecitato da tutte le forze politiche. L’opposizione laburista, in Gran Bretagna, vuole spiegazioni ai Comuni da Cameron. E, la prossima settimana, anche il ‘ministro degli esteri’ europeo Lady Ashton, guarda caso britannica, riferirà al Parlamento europeo sulle vicende dei marò e degli ostaggi nigeriani.
Iscriviti a:
Post (Atom)