P R O S S I M A M E N T E

Buone Feste - Sereno Natale - Un 2017 Migliore - Buone Feste - Sereno Natale - Un 2017 Migliore - Buone Feste - Sereno Natale - Un 2017 Migliore

giovedì 10 luglio 2014

Digital Venice: affondano in laguna le bugie d’un Italia 'a banda stretta'

Scritto per il blog di Media Duemila lo 09/07/2014
Una volta, si cantava ‘Venezia, la luna e tu’. Adesso, s’intona –in inglese, naturalmente- ‘Venezia, il digitale e noi’. Ma mi sa che la laguna si presta più a farci morire i sogni che a cullarceli, specie quando sono nutriti da belle (e tante) parole più che da fatti e sostanza -anzi, i fatti e la sostanza smentiscono le parole-.
Al Digital Venice, manifestazione appena svoltasi e legata alla presidenza italiana del Consiglio dell'Ue, il premier Matteo Renzi ha proposto di escludere gli investimenti in infrastrutture digitali dal Patto di Stabilità europeo. Ad ascoltarlo, c’erano la commissaria uscente Neelie Kroes, oltre ai ministri Federica Guidi e Marianna Madia, responsabili di Sviluppo economico e Semplificazione.
 "Se vogliamo creare posti di lavoro - ha ancora detto il presidente del Consiglio - dobbiamo investire in innovazione". Giusto: l’Ue ce la ripete da anni, questa solfa.
Ma, mentre Digital Venice andava in scena, una ricerca del Censis rilevava che il divario digitale ci costa 10 milioni di euro al giorno di minori investimenti in reti, tecnologie e servizi innovativi. Dati che fanno stridere le parole del premier: gli investimenti in infrastrutture digitali ad ora non ci sono. E l’Agenzia per l’Italia digitale resta senza direttore: la nomina del successore di Agostino Ragosa, attesa durante la kermesse all'Arsenale, è slittata.
Il Censis –nota su EurActiv.it Alessandra Flora- conferma i dati messi in luce da alcune ricerche già note, prima fra tutti il Digital Scoreboard della Commissione europea: in Italia, le persone d’età compresa tra 16 e 74 anni che utilizzano internet sono il 58% del totale, contro il 90% del Regno Unito, l'84% della Germania e l'82% della Francia (la media europea è del 75%). Di questi, in Italia solo il 34% interagisce via web con la Pubblica Amministrazione, contro il 72% della Francia, il 57% della Germania e il 45% del Regno Unito (la media europea è del 54%). 
Siamo in ritardo anche sul fronte degli investimenti in reti di nuova generazione. In Italia le famiglie di età compresa tra 16 e 74 anni con accesso alla banda larga sono solo il 68% del totale, contro l'87% del Regno Unito, l'85% della Germania e il 78% della Francia (la media europea è del 76%).
I laureati  in discipline scientifiche e tecnologiche con meno di 30 anni sono solo 13,2 ogni mille abitanti della stessa età, contro i 22,1 della Francia, i 19,8 del Regno Unito, i 16,2 della Germania (la media europea è di 17,1). E le start-up innovative, cui la normativa riconosce agevolazioni fiscali, faticano a muoversi: delle 2.254 imprese iscritte nell'elenco ufficiale, il 60,9% non ha ancora attivato il proprio sito.
Al Digital Venice, che ha goduto di un’eccezionale copertura mediatica, certo non proporzionata alla ‘notizia’, le politiche digitali in Europa sono state discusse con gli attori dell'industria globale, come amministratori delegati di alcune delle grandi telco europee, i responsabili europei di Google e Facebook, i rappresentanti europei di grandi multinazionali. Presente anche Roberto Viola, vice direttore generale della Dg Connect della Commissione europea.

Dal meeting è emersa la volontà di rafforzare il mercato unico digitale, che non è ancora stato completato, e di creare un'autorità comune competente per il settore. Solo dal 2010, alcune attività sono regolamentare dal Berec (Body of European Regulators for Electronic Communications).

mercoledì 9 luglio 2014

MO: il rischio che la fiammata diventi rogo

Scritto per il blog de Il Fatto lo 09/07/2014

Il silenzio, ci aveva anestitizzati. E noi, in fondo, non desideravamo altro: non sentire, non vedere, non sapere, potere credere che –magari- le cose stessero andando meglio. Era tempo che, dal Medio Oriente, non venivano più rumori di guerra forti. Per essere sinceri, non venivano neppure più parole di pace, né bisbigli di pace.

Al massimo, preghiere, come quella che l’8 giugno, papa Francesco aveva chiamato a fare, insieme, nei giardini del Vaticano, il presidente uscente d’Israele Shimon Peres, un Nobel per la Pace, e il presidente palestinese Abu Mazen, con il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo. Ciascuno lì a pregare il suo dio, che essendo per tutti uno, è poi verosimilmente lo stesso.

Dimenticarsi del conflitto tra israeliani e palestinesi, potersene dimenticare è una sorta di ‘nirvana della diplomazia’, visto che, più o meno da vent’anni in qua, occuparsene vuol dire fallire. Quali che siano i protagonisti e l’approccio. Da parte americana, ci hanno provato il negoziante Clinton, Bush ‘pugno sul tavolo’, il dialogante Obama; da parte europea, ci hanno provato tutti per conto loro e, quindi, nessuno.

E non ho certo la pretesa che bastino un post e 3000 battute a descrivere la complessità della situazione e ad individuare vie d’uscita. Le Primavere arabe e i loro colpi di coda hanno dimostrato, se ce ne fosse stato bisogno, difficoltà e ritardi dell’intelligence e dell’Occidente a capire Il Medio Oriente. 

Dove, a spezzare l’apparenza d’equilibrio, basta un atto d’odio, brutale, criminale, ingiustificabile, che innesca una spirale poi apparentemente impossibile da fermare. Il rapimento e l’uccisione di tre adolescenti israeliani, studenti rabbinici che facevano – ingenuamente?, spavaldamente?, a 16 anni ci sta e, comunque, non è una colpa - l’autostop nei Territori (spariscono il 12 giugno, sono ritrovati cadaveri il 30) fa scattare la legge del taglione per chi, nel leggere le Sacre Scritture, s’è fermato a quella pagina e non è arrivato all’ ‘ama il prossimo tuo come te stesso’.

A Gerusalemme Est, il 2 luglio un adolescente palestinese che andava in moschea alla preghiera del mattino viene caricato a forza su un’auto e bruciato vivo. Le autorità individuano i responsabili dei crimini successivi, ma non basta.

La spirale della violenza, della vendetta che chiama vendetta –anche qui, la pagina del perdono viene dopo- è partita: incursioni dell’esercito nei Territori, case rase al suolo –per la prima volta da 7 anni-, raid aerei sulla Striscia di Gaza; tiri di razzi a grappolo sul Sud di Israele e fin su Tel Aviv; morti, feriti, distruzioni, orrori.

C’è il consueto squilibrio di vittime fatte, forza sciorinata, danni causati, in un intreccio di sentimenti spesso contraddittori. E le diplomazie non fanno meglio che riproporre le solite litanie: riconoscimento del diritto d’Israele all’autodifesa, ma invito alla moderazione; richiesta di riunioni d’urgenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu; appelli alla pace; richieste d’intervento internazionale.

Israele utilizza la retorica biblica, “schiacciare la testa del serpente”, mentre uccide anche donne a bambini. La Palestina cerca una tregua, ma promette “l’inferno”; e deve prima comporre i contrasti che riaffiorano tra Fatah e Hamas.

Che fare?, pregare?, che l’accesso di furia passi e che si torni al silenzio degli ultimi mesi, anni… Odiatevi, ma che noi non lo sentiamo?

Ma, questa volta, può essere diverso: dalla Mesopotamia, soffia sull’Islam il vento di un nuovo Califfato, arriva il messaggio jihadista. Il rischio è che la fiammata diventi rogo. Sfuggendo al controllo di chi magari crede di potere modulare, e manipolare, l’uso della forza.

martedì 8 luglio 2014

Shevarnadze: con Gorbaciov, sciolse la guerra fredda

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 08/07/2014

E’ nato sovietico. E’ morto georgiano. Non è mai stato russo. L’Occidente, che mostrava simpatia per le sue ciocche di capelli bianchi perennemente in disordine,  lo ricorda più delle sue terre. Eduard Shevarnadze, ministro degli esteri dell’Urss di Gorbaciov dal 1985 al suo dissolvimento, protagonista degli anni della perestroika, uno degli artefici della fine della Guerra Fredda, poi presidente della Georgia dal 1995 al 2003, è morto ieri all’età di 86 anni, a Tbilisi. Era malato da tempo.

Il ricordo più commosso è quello di Gorbaciov, che piange “l’amico” "un uomo molto capace e molto predisposto al lavoro con la gente". Putin e gli attuali leader georgiani si sono limitati a parole di circostanza. Il primo vice presidente della Duma, il comunista Melnikov, lo ha invece bollato come una "figura del gruppo di quelli che passeranno alla storia come distruttori dell'Urss, spinti in questa direzione dalle forze dell'Ovest".

Nel 1985, Gorbaciov, da poco nominato segretario generale del Pcus e presidente dell’Urss, lo chiamò dalla Georgia, dove guidava il partito comunista di quella repubblica, a Mosca, come ministro degli esteri: parve una scelta avventata, si rivelò una scelta azzeccata. Per circa 6 anni, Shevarnadze fu uno dei principali artefici del disarmo internazionale; e si mostrò capace di stringere in Occidente solide amicizie. Come quella con il collega tedesco Genscher, il ministro degli esteri della Caduta del Muro e della Riunificazione: “Divenimmo amici personali, cosa che io non avrei mai creduto possibile”.

Aveva lasciato la scena politica dopo un’esperienza tormentata alla guida della Georgia. Subentrò all’autocrate Gamsakurdia; dopo di lui, quello che in altri tempi si sarebbe definito “un fantoccio degli americani”, Saakashvili; si dimise prima di essere cacciato dalla ‘Rivoluzione delle Rose’.

La sua presidenza fu segnata da alcuni falliti attentati – uno quasi andò a segno: lo dice l’immagine di lui in canottiera sulla poltrona del suo ufficio, lo sguardo dilatato, il volto coperto da schegge e grumi di sangue - e dal deterioramento della situazione economica e sociale del suo Paese. Viveva "senza paura”, ma “consapevole che ogni giorno poteva essere l'ultimo", scrive il sito russo Mir24.

Le sue dimissioni gli permisero di salvaguardare, in patria, una certa credibilità. A gennaio, cancellò la festa per il suo 86° compleanno per rispetto delle vitiime sul Maidan di Kiev, dove allora era in corso la protesta contro il presidente filorusso Yanukovich.

Ai giornalisti, amava raccontare di essere nato "per miracolo", perché i medici giudicavano la vita sua e della mamma "in pericolo". Il coraggio della mamma, l’aiuto di Dio e la bravura dei dottori i fecero venire al mondo Eduard e sopravvivere sua madre.

Del suo lascito, diceva: "Saranno i posteri a decidere se rimarrò nella storia come ministro degli Esteri sovietico o leader della Georgia. Ma so che tutti, alla fine, hanno quello che si meritano".

E quando cominciarono a circolare voci su un cancro alla prostata –smentite-, rispose in versi: "Vivrò ancora a lungo / sarò di titanio come prima / morirò, sapete / non portatemi rose", che sono un emblema della Georgia.

I funerali si faranno domenica 13 luglio. Shevarnadze sarà sepolto nel giardino della sua residenza, presso Tbilisi, accanto alla moglie Nanuli: “La sua scomparsa –aveva detto- è stata il momento più tragico della mia vita. Voglio riposare al suo fianco”.

domenica 6 luglio 2014

Italia/Ue: è tosta, con Germania e Olanda

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano ed EurActiv.it lo 06/07/2014

Ma proprio contro Germania e Olanda dovevamo andarci a mettere?, le due squadre europee più toste dei Mondiali, quelle arrivate alle semifinali, che giocano all'attacco, ma blindano la difesa. Difficile, con loro, fare gol, ma soprattutto non prenderne.

E’ senz'altro un caso, ma Germania e Olanda sono, nell’Ue, con la Finlandia, gli alfieri del mettere i conti in ordine prima e allargare i cordoni della borsa poi. Invece, i cantori della flessibilità, Italia e Spagna, insieme a Grecia e Francia, che, almeno, hanno fatto un onesto percorso, hanno subito scialato in Brasile il loro capitale –calcistico-. Proprio come l’Inghilterra del ‘meglio soli che nell’Unione’.

La metafora calcistica è un giochino o poco più. Ma sono dieci giorni, dal Vertice europeo del 26 e 27 giugno, che, sulla flessibilità, assistiamo a uno stucchevole match di dichiarazioni e contro-dichiarazioni, mentre il Fondo monetario internazionale –è notizia di oggi- ci avverte che la ripresa nel 2014 sarà modesta, ma –è sicuro- accelererà nel 2015 (un déjà vu da almeno tre anni in qua).

Un match tutto sul filo del reciproco equivoco. Noi diciamo che loro al Vertice hanno ‘sdoganato’ la flessibilità. Loro dicono che la flessibilità sta già nel Patto di Stabilità e di Crescita: basta che la usiamo, se ci mettiamo nelle condizioni di farlo.

Così, il giorno stesso il premier Renzi fa l’elogio della flessibilità al Parlamento europeo, il premier olandese Rutte, parlando al Parlamento olandese,  assicura che il Patto non cambia e che Berlino e l’Aja hanno respinto  il tentativo di Roma e Parigi di ammorbidire le regole. Il discorso di Renzi innesca la reazione del Ppe –no a modifiche del Patto-, che provoca quella del Pse – chiederemo a Juncker come la pensa e, se non ci piace, non lo voteremo presidente della Commissione europea -, che scatena quella della Bundesbank , che fa di nuovo uscire dai gangheri Renzi – la Bundesbank stia fuori dal dibattito politico -, che chiama in causa il Governo tedesco – non ci sono divergenze d’opinione tra Italia e Germania- e che finisce in gloria con l’ “ottimo rapporto” tra premier e la cancelliera certificato da Roma- la Mogherini - e da Berlino – il portavoce della Merkel -.  L’intesa si certifica sempre su banalità inoppugnabili: Italia e Germania vogliono un’Europa “competitiva” e la Bundesbank, come ogni altra banca centrale, è indipendente dal governo.

Pare di stare alla Fiera dell’Est di Angelo Branduardi. Senza che nessuno cambi posizione: ciascuno valorizza delle dichiarazioni altrui quel che gli interessa e gli fa comodo. Esempio: Manuel Barroso, presidente della Commissione, dice di apprezzare il programma di riforme del Governo Renzi e assicura che l’Italia gode nell’Unione di appoggio e credito. Ma, lontano da micofoni e taccuini, Barroso ammette di avere finora sentito solo annunci e di non avere visto nulla di concreto.

Ieri, a Bolzano, il premier Renzi è tornato su un suo mantra: “Difendiamo l’Europa dall’assalto della tecnocrazia, affinché non diventi patria di banchieri e burocrati … Senza crescita, l’Unione non ha futuro …”. Tutto bene, purché non si faccia un fascio di tecnocrazia e competenza, dando spazio alla politica dell’approssimazione.

E Padoan, che in settimana ha avuto un lungo colloquio con “l’amico Schaeuble”, rassicura –vedi l’intervista al Corriere della Sera di oggi- che non c’è problema e che non ci vorrà in autunno una manovra correttiva, fermo restando che l’Italia rispetterà le regole. Si cammina sul filo tra verità e paradosso , come fa Renzi, che, presentando il semestre, assicura “non chiediamo scorciatoie”, ma aggiunge “ci faremo sentire”. Magari si riserva il ruolo di Rizzoli arbitro in pectore d’una finale mondiale.

Iraq: il califfo esce dall'ombra e va alla conquista del web

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 06/07/2014

Il califfo esce dall’ombra e va alla conquista del web: Abu Bakr al Baghdadi pronuncia un sermone in una moschea di Mosul, la seconda città dell’Iraq, nel Nord, presa dalle milizie jihadiste, e lo posta online, invitando tutti i musulmani a ubbidirgli.

Il messaggio, una predica nel venerdì di festa, all’ora della preghiera comune, non ha la ieraticità dei video di Osama bin Laden, postura da profeta e mitra accanto, che giungevano dalle montagne al confine tra Afghanistan e Pakistan. Ma la sua diffusione prova che il leader dello Stato islamico auto-proclamatosi califfo tra Siria e Iraq si ropone come leader di tutta la comunità musulmana, o almeno dell’area integralista e sunnita, incurante delle scomuniche comminategli.

E gli jihadisti, oltre che i successi militari sul terreno, cercano quelli mediatici sul web. La notizia del video arriva da twitter, sui profili di militanti ‘portavoce’ di al-Baghdadi e milizie –fra di essi, un cileno di 25 anni-. Una strategia di comunicazione che, più che bin Laden e il suo successore Ayman al Zawahiri, non a loro agio con i tweets, ricorda i talebani 2.0 del mullah Omar,  con veri addetti stampa e profili sui social media.

Internet è uno strumento di propaganda, ma anche di raccolta di fondi: dai social network, arrivano alla galassia di al Qaeda finanziamenti cospicui, stimati a miliardi di dollari, e migliaia di volontari reclutati ovunque nel Mondo. Per Angel Rabasa, dell’Iiss, già analista dell’Amministrazione Usa, "dei 10mila volontari stranieri giunti in Siria per combattere Assad, 2mila venivano dall’Europa".

In un precedente messaggio, solo audio, diffuso dopo la proclamazione del califfato, Al Baghdadi aveva detto il 2 luglio che "è dovere religioso di tutti i musulmani riunirsi nel califfato islamico" e aveva promesso di reagire “all'oppressione dei musulmani nel mondo". "Superate le divergenze e rimanete uniti: se seguirete le mie indicazioni, e se Allah lo vuole, vi porterò alla conquista di Roma e del Mondo intero". Una minaccia simbolica, avevano prudentemente reagito le autorità italiane, ma da prendere sul serio.

Il video di al-Baghdadi non è stato ancora “autenticato” dall’intelligence occidentale. Grande barba, tunica e turbante neri, volto ancora giovane, l'uomo indicato come "principe dei credenti Abu Bakr al Baghdadi" è molto somigliante all'identikit fornito mesi fa dai servizi di sicurezza americani e giordani. Gli Stati Uniti hanno posto su di lui una taglia di dieci milioni. E Washington e Riad concordano nel giudicare “una minaccia” il califfato.

Nel giro di un mese, le milizie si sono impossessate di larghe parti del territorio siriano e iracheno. Gli echi delle loro imprese contagiano il Libano e i Territori. A Baghdad, il premier al Maliki, che gli Usa hanno scaricato, non vuole passare la mano, ma non riesce a organizzare una controffensiva né politica né militare. E i curdi, che hanno preso Kirkuk, stanno delimitando i nuovi confini del loro territorio e preparano il referendum per indipendenza.

Durante la predica durata poco più d’un quarto d'ora, al Baghdadi s’è rivolto ai fedeli da un ambone in pietra decorato con ricami di pietra, salmodiando versi del Corano, prima di guidare la preghiera intonando sure. Il califfo ha innanzitutto elogiato il Ramadan, il mese sacro dell’Islam, in corso.

Al Baghdadi, ha esaltato i mujahidin (i combattenti per la jihad), esortandoli a fare il loro "sforzo" sulla via di Dio, perché "l'annuncio del califfato è un dovere di tutti i musulmani". L'imam se l’è poi presa con i miscredenti e gli ipocriti, esaltando le "vittorie dei musulmani" a "Occidente e Oriente”.

Poche ore prima della diffusione del video, Yusuf al-Qaradawi, eminente teologo del sunnismo, aveva espresso l’ennesima sconfessione, una vera e propria 'scomunica' –diremmo noi- del califfato. Qaradawi è stato lapidario: “Quel califfato è vietato dalla sharia, la legge coranica, ed è nullo”.

Originario dell'Egitto, a lungo ritenuto uno degli intellettuali di riferimento dei Fratelli Musulmani, ora residente in Qatar dove conduce un seguitissimo programma sull'interpretazione del Corano per 'al-Jazira', fondatore su Internet del popolare sito 'IslamOnline', autore di decine e decine di volumi, presidente dell'Unione Internazionale dei Dotti Musulmani nonchè direttore del Consiglio europeo per la Fatwa e la Ricerca, Qaradawi, 87 anni, è un'autentica autorità in campo dottrinale.

"Tutti attendiamo ansiosamente la venuta, quanto prima possibile, del califfato", scrive il teologo, riferendosi alla forma di governo che garantisce l'unità politica della comunità musulmana, che cessò d’esistere ufficialmente nel 1923, dopo 1300 anni di storia, alla fine dell'Impero Ottomano. Ma il califfato tanto auspicato non è quello di al-Baghdadi. “Il titolo –spiega Qaradawi- può essere assegnato soltanto dalla Nazione Musulmana nella propria interezza", non da un singolo gruppo; e tanto meno da un gruppo "conosciuto per le sue atrocità e per le opinioni estremamente radicali". Le une e le altre messe al bando dalla stessa sharia.

sabato 5 luglio 2014

Nigeria: Eni connection, 50 anni di petrolio, affari, rischi

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 05/07/2014

La presenza dell’Eni in Nigeria è una storia vecchia di oltre 50 anni: comincia nel 1962, quando l’Agip avvia attività di esplorazione. Oggi l’Eni è presente nel Paese con un intreccio d’accordi e contratti ed è la quarta compagnia ‘locale’, dopo Shell, Exxon/Mobil e Chevron.

Nell’area del Delta, nel sud-est, dove si trovano pozzi e impianti, la situazione socio-politica richiede massima attenzione, per ammissione degli stessi dirigenti Eni, dal punto di vista del miglioramento delle condizioni di vita e di sicurezza, della salute e dell’istruzione.

Se nel nord-est il movimento integralista Boko Haram allarma l’opinione pubblica internazionale, con i raid contro le popolazioni cristiane, il sequestro di centinaia di studentesse e l’insediamento d’un califfato a cavallo delle frontiere –proprio ieri, i capi locali hanno chiesto protezione all’Onu-, nell’aerea del Delta –dice un esperto- “petrolio, gas e guerriglia creano una miscela esplosiva”.

A nord e a sud, l’inazione, l’inefficienza, la corruzione delle autorità e dell’esercito accrescono l’impressione di disordine. Senza contare l’epidemia di Ebola in atto, che va ampliandosi.

Secondo molti osservatori, le compagnie petrolifera tentano di mettere la sordina a quanto avviene nel sud-est, dai sequestri ricorrenti di personale (anche italiano) alle incursioni di miliziani contro piattaforme e oleodotti, mentre gli impianti sono presidiati da esercito regolare e squadre armate.

Nel Delta del Niger, l’attività delle multinazionali del petrolio provoca –dicono ambientalisti e difensori dei diritti umani- gravi danni. Le comunità locali sono appoggiate dal Mend -Movimento per l’emancipazione del Delta-e dal Mosop -Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni-.

La Nigeria, 8° produttore mondiale, ha dovuto ridurre la produzione d’un quinto, dopo una serie d’attacchi anche contro piattaforme offshore.

La Nigeria e gli altri fornitori africani cui l’Eni guarda con interesse, specie Angola e Mozambico, servono a ridurre la dipendenza energetica italiana da fornitori relativamente instabili, come Libia e pure Algeria nel Nord Africa o la Russia a Est.

venerdì 4 luglio 2014

Italia/ue: Barroso, "potete contare su sostegno Commissione"

Scritto per EurActiv.it lo 04/07/2014
"L'Italia può contare sul sostegno della Commissione europea": lo ha detto oggi detto il presidente dell'Esecutivo comunitario Manuel Barroso, incontrando alcuni giornalisti, prima della riunione congiunta fra la Commissione e il Governo italiano a Villa Madama.
Barroso giudica il programma europeo del premier Renzi "ambizioso, ma realistico", invitando, nel contempo, a non mostrare ''impazienza verso l'Unione'': ''L'Europa è capace di venire incontro alle esigenze dei paesi, ma la gente ora ha bisogno di risultati per crescita e lavoro''.
Per il presidente della Commissione, ''ci vuole leadership nella partneship'': ''Gli sforzi fatti stanno per ripagare, l'Italia ha evitato il disastro finanziario''.

Barroso ha inoltre notato con soddisfazione come vari governi nell'Unione, e in particolare quello italiano, non scarichino più sull'Europa le responsabilità nazionali. Il presidente della Commissione ha inoltre espresso apprezzamento per il ''tradizionale impegno italiano'' a favore dell'integrazione europea, facendo riferimento l discorso pronunciato ieri al Quirinale dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ricevendo l'Esecutivo comunitario.