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sabato 9 luglio 2016

Dallas: Obama è il simbolo di una svolta ancora non avvenuta

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 09/07/2016

Ci sono leader in anticipo sul loro tempo: danno uno strattone al loro Paese e gli fanno fare un balzo in avanti, ma rischiano di pagarne le conseguenze. Fu così per John F. Kennedy, il più giovane presidente Usa di tutti i tempi, ricco, fascinoso, che - un secolo dopo la Guerra Civile - ne voleva cancellare gli strascichi razzisti, la segregazione al Sud, l'emarginazione dei neri al voto: venne ucciso a Dallas, dopo neppure tre anni alla Casa Bianca.

Ed è così per Barack Obama: mezzo secolo dopo JFK, il primo nero alla Casa Bianca ne perfeziona il disegno e ne decreta il successo. Obama, però, diventa presidente prima della totale eradicazione dei rigurgiti razzisti; e la sua presidenza crea un gorgo di riflussi e frustrazioni e, nel contempo, indurisce lo spirito di reazione dei neri, meno disposti a trangugiare violenze, soprusi, ingiustizie.

Fra le tante di esteri, economia, sanità, società, quelle razziali saranno le stimmate più dolorose e più profonde del suo doppio mandato: lasciare la Casa Bianca con un Paese più razzialmente diviso di quanto non fosse alla sua elezione.

I leader che arrivano in anticipo suscitano spesso contrappassi nella storia del loro Paese. Così, l’America del ’68, che nel fermento delle Università pareva in sintonia con Kennedy, anzi oltre, uccise MLK e il fratello Robert ed elesse Richard Nixon. E l’America 2016 produce come ipotesi ‘post Obama’ il fenomeno Donald Trump: oggi, candidato repubblicano alla Casa Bianca; magari, l’8 Novembre, presidente.

Trump è in parte la spia e in parte il frutto di quanto sta avvenendo negli Stati Uniti: punta tutto sull'elettorato demograficamente minoritario degli uomini bianchi, indipendentemente dall'età e dall'estrazione sociale; e parla loro il linguaggio della paura che alimenta odio.

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