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sabato 4 dicembre 2010

SPIGOLI: non solo Wikileaks, anche Dragomira e la crisi

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 04/12/2010

C’è così tanto Wikileaks italiano sulla stampa internazionale che quasi non resta più spazio per gli scandali ‘veraci’ di casa nostra e per le vicende della politica. I media corrono tutti dietro alla strana coppia Mr B – Putin o alla storia del premier ‘malato di feste’ e manco più badano alla crisi che incombe. E se non fosse per il Telegraph, che non se ne fa scappare una, neppure si accorgerebbero del pasticcio italo-bulgaro di Dragomira e del suo film che nessuno ha (ancora?) visto, ma che Bondi ha già premiato. La stampa francese, che è meno incline di quella britannica e americana agli input tra gossip e affari del dito di Assange è invece impressionata dalla ‘mozione dei cento’ (deputati italiani) contro il governo Berlusconi. E NouvelObs e Libération sottolineano il ruolo di Fini nell’affondo al Cavaliere. Invece, Le Monde e Les Echos battono di nuovo sul tasto della crisi dell’euro e di un contagio italiano, sullo sfondo della critica di tre premi nobel americani agli errori economici europei (da che pulpito la predica!, visto da dove ci viene la crisi). Mentre Les Echos nota che “le autorità italiane assicurano che il sistema è solido”, Le Monde scrive che “l’Italia teme d’essere la prossima vittima”. Un timore che la Bloomberg esporta oltre Atlantico: “I costi delle banche italiane salgono per la preoccupazione del contagio e del debito”.

venerdì 3 dicembre 2010

Georgia: tra Usa e Tbilisi, i carri di Vladi e il dito di Mr B

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 03/12/2010

Tra Tbilisi e Washington, Mosca puo’ metterci i suoi carri armati, ma Berlusconi e l’Eni non possono metterci i loro gasdotti. O rischiano il cartellino giallo, e magari quello rosso, della diplomazia americana. C’è da sapere, ma lo sanno tutti, che l’attuale presidente georgiano Mikhail Saakashvili è più americano che georgiano : uno di quei ‘reduci’ dall’America che, con alterna fortuna, hanno popolato il panorama politico dell’Europa orientale, dando la scalata al potere in Polonia come nei Baltici e neil’ex Jugoslavia. Della Georgia di Saakashvili, l’America di Bush fu fervente avvocata dell’adesione all’Alleanza atlantica. E quando, nel 2005, Bush compi’ una visita a Tbilisi, la prima di sempre di un presidente degli Stati Uniti nel Paese di Stalin, vi venne accolto in modo trionfale: balli e danze per le strade, una festa popolare ‘di Stato’ a notte fonda e, poi, al mattino una marea di applausi in piazza. Partito l’ospite, Saakashvili creo’ pure il pathos del fallito attentato : sulla piazza, venne ritrovata una granata inesplosa. Bush fu grato e Saakashvili, probabilmente, ebbe lo spunto per liberarsi di qualche dissenziente.

Non è un caso che le critiche alla posizione di Berlusconi verso la Russia non vengono dai documenti di Wikileaks firmati da funzionari dell’Amministrazione Obama, ma risalgono a documenti firmati dall’ambasciatore Richard Spogli, uomo di fiducia di Bush in Italia, un imprenditore della California che di politica sapeva pôco, ma che di affari s’intendeva, e dai suoi collaboratori.

L’ironia della situazione è che le rivelazioni di Wikileaks, che mettono in discussione le amicizie particolari di Berlusconi con il premier russo Vlmaidimir Putin e il ditattore libico Muhammar Gheddafi, colgono il premier italiano impêgnato in un periplo di incontri che confermano, e aggravano, tutte le accuse : dalla Sirte, dove c’era il Vertice Ue-Africa, sotto la presidenza di Gheddafi -pochi leader europei hanno ritenuto opportuno farvisi vedere-, ad Astana, dove il Vertice dell’Osce s’è impantanato, fra l’altro, proprio sugli strascici del conflitto georgiano, al Vertice Russia-Italia di Soci. E ad Astana Mr B ha ripetuto con l’autocrate locale Nusultan Nazarbayev la gag già riuscitagli con il presidente bielorusso Alekasandr Lukashenko : una testimonianza di ammirazione, e quasi d’invidia, per avere « l’amore del 92% dei suoi cittadini », confondendo il plebiscito elettorale con il terrore dittatoriale.

Tra Tbilisi e Washington, Mosca puo’ metterci i suoi carri armati, ma Berlusconi e l’Eni non possono metterci i loro gasdotti. O rischiano il cartellino giallo, e magari quello rosso, della diplomazia americana, che capisce la logica della forza (e talora la pratica), ma diffida dell'inciucio.

C’è da sapere -ma lo sanno tutti: mica ci vuole la Cia per scoprirlo- che l’attuale presidente georgiano Mikhail Saakashvili, un uomo forte dall'impronta autoritaria, è quasi più americano che georgiano: e' uno di quei tanti ‘cavalli di ritorno’ dagli Usa che, con diversa fortuna, hanno caratterizzato il panorama politico dell’Europa orientale nell'era post-comunista, dando la scalata al potere in Polonia come nei Baltici e nell’ex Jugoslavia.

Della Georgia di Saakashvili, quasi omonimo, tra l'altro di un generale comandante in capo delle truppe della Nato, l’America di Bush fu un fervente avvocato, spingendo doprattutto per l’adesione all’Alleanza atlantica (una delle cause del 'colpo di freddo' preso dalle relazioni tra Washington e Mosca). E quando, nel 2005, Bush compi’ una visita a Tbilisi, la prima di sempre di un presidente degli Stati Uniti nel paese d'origine di Stalin, vi venne accolto in modo trionfale: balli e danze per le strade, una festa popolare ‘di Stato’ a notte fonda; e, poi, al mattino, una marea di folla che applaudiva in piazza. Partito l’ospite, Saakashvili, che aveva gia' fatto incetta di elogi, mise la ciliegina sulla torta: creo’ il caso del fallito attentato e divenne un eroe della sicurezza americana. Sulla piazza dell'adunata, venne ritrovata una granata inesplosa. Bush fu grato e Saakashvili, probabilmente, ne ebbe il modo di liberarsi di qualche dissenziente.

Forse, nei giorni del conflitto tra Russia e Georgia, nell'estate del 2007, Berlusconi non misuro' il fatto che, giocando con Putin, magari a fini di pace, si metteva contro Saakashvili. Non è un caso che le critiche alle posizioni dell'Italia verso la Russia non vengono tanto dai documenti di Wikileaks firmati da funzionari dell’Amministrazione Obama, ma soprattutto da documenti firmati dall’ambasciatore Richard Spogli e dai suoi collaboratori. Spogli era uomo di fiducia di Bush in Italia: un finaniere della California che di politica sapeva poco, ma che di affari ne capiva.

L’ironia della situazione è che lo stillicidio di rivelazioni di Wikileaks, che mettono a nudo le sconfessioni diplomatiche delle amicizie speciali di Berlusconi con il premier russo Vladimir Putin e il dittatore libico Muhammar Gheddafi, colgono il premier italiano impêgnato in un periplo di incontri che confermano, e aggravano, critiche e diffidenze. Prima la Sirte, dove c’era il Vertice Ue-Africa, sotto la presidenza di Gheddafi -pochi leader europei hanno ritenuto opportuno farvisi vedere, ma Mr B c'era-. Poi, Astana, dove il Vertice dell’Osce s’è impantanato, fra l’altro, proprio sugli strascichi del conflitto georgiano e dei tanti contrasti caucasici, lascito dello smembramento dell' 'impero' sovietico. Infine, Soci, con il Vertice Russia-Italia.

Ad Astana, Silvio ha ripetuto con il despota locale Nursultan Nazarbayev la gag già riuscitagli con il presidente bielorusso Alekasandr Lukashenko: una testimonianza di ammirazione, e quasi d’invidia, per avere «l’amore del 92% dei suoi cittadini», confondendo il plebiscito elettorale con il terrore dittatoriale.

Ha un bel dire il ministro Frattini che il rapporto tra Berlusconi e Putin, tra Italia e Russia, e' "oggetto di invidia". A scorrere i cablo di Spogli e colleghi, e' soprattutto oggetto di critiche e, magari, di illazioni: ci sono sospetti che Silvio abbia cercato in Vladi sponde elettorali e che dietro l'amicizia personale e le sintonie politiche ci stiano interessi d'affari personali o aziendali -leggi Eni- o magari anche nazionali. E ci sono le voci, che forse dispiacciono al Cavaliere ancora più delle critiche e dei giudizi: e' il caso della storia della salute minata da feste e stravizi. Per smentirlo, mr B mobilita la crema dei fedelissimi, da Letta a Ghedini.

Non c'e' dubbio che il Vertice di Soci servira' a confermare, magari pure platealmente, l'amicizia italo-russa, cosi' come quello di Astana e' stato l'occasione per un incontro di Mr B con Hillary Clinton, finito a tarallucci e vino. Ma, nell'epoca di Wikileaks, la diffidenza verso la diplomazia spettacolo, quella pubblica delle dichiarazioni a voce alta e degli abbracci ostentata, lascia il pubblico più interdetto che convinto.

Intanto, in Italia parlano tutti, praticando l'ammoina del polverone. E nel mondo del perbenismo s'e' scatenata la caccia ad Assange, che sara' pure un ladro di documenti, ma che ha dato una scossa alle iprocrisie politiche di mezzo mondo. E se poi il Dipartimento di Stato lo bolla come anarchico, quasi fosse un delitto e un'onta, speriamo che la sua Lugano non sia tremebonda.

SPIGOLI: il volo del condor dei media su euro e Italia

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 03/12/2010

Paiono i giri del condor sull’animale che agonizza, sua prossima preda: larghi e lenti all’inizio, poi più stretti, fino a che il rapace puo’ scendere a consumare il suo pasto. La stampa economica internazionale, specie quella Usa e quella britannica, che con l’euro ha un conto aperto, continuano ad agitare foschi presagi sulla moneta europea e, soprattutto, sull’Italia. Il WSJ apre il suo sito affermando che il futuro dell’euro è nelle mani della Bce, che ieri s’è riunita senza fare sconquassi: «Spagna e Italia –scrive il giornale- vogliono che la Bce agisca con maggiore decisione». Da un lato, il loro è un riflesso europeista. Dall’altro, «l’aspetto più positivo nasconde la verità più nera», cioè la paura del contagio dopo la Grecia e l’Irlanda. Il NYT è in sintonia con il WSJ, ma aggiunge il Belgio alla lista dei Paesi a rischio (e c’è sempre il Portogallo in bilico), mentre il WP vede, nella crisi, un test dell’attaccamento della Germania all’euro. Le Monde s’interroga: L’Italia, terza economia della zona euro, è il prossimo bersaglio dei mercati finanziari?».Il Daily Mail (L’Italia trascinata nella crisi: il nervosismo degli investitori per il suo debito fa crollare l’euro) e L’Independent (Timori contagio si allargano a Italia) si accodano. Ma, in realtà, il bersaglio lo centra Les Echos: «Il Governo Berlusconi fa la crisi dell’eur », cioè l’Italia sconta, e fa scontare al resto dell’eurozona, le proprie fibrillazioni politiche e istituzionali, ancor più e ancor prima della situazione economica e finanziaria, che pure non è allegra.

giovedì 2 dicembre 2010

Osce: Mr B fa girotondo coi dittatori, poi abbraccia Hillary

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 02/12/2010

In una capitale venuta su dal nulla in quattro e quattr’otto, che la gente confonde con una squadra di ciclisti (per altro, dopati), in una landa cosi’ desolata che al confronto il deserto del tenendo Drogo era una località di villeggiatura, la diplomazia mondiale, o quasi, si dà uno degli appuntamenti più inutili e meno seguiti, il Vertice dell’Osce, che, se mai uno non lo sapesse, è l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea, erede di quella Csce dell’Atto di Helsinki ‘testimonial’ della distensione.

Cosi’, i leader che ci vanno –mica tutti quelli dei 56 paesi membri, pochi dei Grandi, ma Mr B c’è- si ritrovano ospiti di Nursultan Nazarbayev e della sua famiglia, simboli per antonomasia di quella che è una ‘democrazia’ (pardon, dittatura) post-sovietica. Berlusconi ha l’occasione di arricchire la sua raccolta di strette di mano ad autocrati autoritari e pochissimo rispettosi dei diritti umani, una galleria nella quale figurano già gli abbracci fraterni al presidente Putin, poi declassato a premier, ma rimasto ‘zar’, al bielorusso Lukashenko, cui invidia i tassi di preferenza alle elezioni, e al colonnello Gheddafi.

Del resto, il Kazakhstan è paese ben presente sulla mappa della diplomazia italiana (e non solo, perchè l’Occidente non dimentica mai il ‘pecunia non olet’). In questo caso, a non avere odore sono il petrolio e il gas, di cui lo Stato dell’Asia centrale, 9 volte l’Italia per 15 milioni di abitanti, è ricchissimo (ed è, per questo, corteggiatissimo, anche dall’Eni). Nazarbayev, l’ospite, la fa da padrone: riceve i leader nel Palazzo dell’Indipendenza, fa il discorso d’apertura, parla di «rinascita dell’Osce», propone di ospitare un’agenzia per la sicurezza. Forse, i leader che l’applaudono non sanno che la caricatura di quel signore senza imbarazzi diventa sulle strisce di Doonesbury la figura di un satrapo becero e rozzo, impresentabile in società.

Qui, non c’è Barack Obama –e ci mancherebbe!-, ma è venuta Hillary Clinton, segretario di Stato americano, con la cenere in capo a chiedere scusa a tutti gli alleati e i partner offesi dai contenuti dei documenti di Wikileaks. L’operazione ‘unguento sulle piaghe’, come la battezza l’inviato dell’Afp Christophe Schmidt, s’è sviluppata attraverso tutti gli incontri bilaterali dell’emissario statunitense: «Quando gli interlocutori non evocavano la vicenda, era lei a sollevarla », racconta una fonte del Dipartimento di Stato.

L’uno dopo l’altro, la Clinton ne ha parlato con la cancelliera tedesca Angela Merkel e il vice-premier britannico Nick Clegg, con il ministro degli esteri russo Serguiei Lavrov e il presidente georgiano Mikhail Saakashvili; e, naturalmente, con il presidente del Consiglio italiano.

A tutti, Hillary ha detto il suo «rammarico» e ha ripetuto che i contenuti dei cablogrammi non rappresenta il punto di vista dell’Amministrazione. Mr B, il più personalmente toccato, fra i leader qui presenti, ha posto lui la questione: ha raccontato delle polemiche in Italia e della sua inquietudine. A fine colloquio, davanti ai giornalisti, la Clinton gli ha fatto un bel regalo: «Non abbiamo amico migliore –ha detto-: nessuno sostiene le politiche americana con costanza pari » a quella del Cavaliere, quale che sia il presidente, da Bush a Obama, e quale che sia la linea, la guerra o il dialogo. «Sappiamo che possiamo contare su di lui per realizzare i valori che condividiamo».

Con la stampa, Hillary s’è mostrata fiduciosa di avere ottenuto la comprensione degli alleati, che hanno anch’essi i loro cablogrammi negli armadi, da sperare che nessuno li tiri fuori. Un interlocutore con senso dell’umorismo le ha detto: «Non si dia troppa pena, Signora, per quello che i suoi diplomatici dicono di noi. Sapesse che cosa i nostri dicono di voi!».

E cosi’ tutti o quasi sono d’accordo sul ‘dalli a Wikileaks’ e ‘Assange boia’: l’hacker australiano è braccato, colpito da un mandato di cattura internazionale per l’accusa di stupro in Svezia, anche se lui, parlando da una località segreta, proprio come fa Osama bin Laden nei suoi messaggi, promette nuovi ‘scoop’, minaccia le banche e chiede le dimissioni della Clinton (« Ridicolo e assurdo », replica la Casa Bianca). E se il ministro Frattini spera, come molti, che sia catturato presto, altri, sicuramente esagerando, arrivano ad augurarsi che sia ucciso : dai microfoni della Fox, lo fa Mike Huckabee, ex candidato alla nomination repubblicana. E’ la storia delle vignette di Maometto, ma l’intolleranza e l’integralismo, stavolta, stanno nel nostro campo.

SPIGOLI: altro che Wikileaks, i mali d'Italia sono altri

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 02/12/2010, non pubblicato

Dalli a Wikileaks e ‘Assange boia’ a sentire (certi) commenti e a leggere (certa) stampa di casa nostra, uno potrebbe immaginare che, se non ci fossero stati quei velenosi malevoli commenti « di funzionari di quart’ordine » -Mr B dixit- sulla statura etico-politica dei nostri leader, l’Italia sarebbe un Paese felice. E, invece, una rassegna dei media di tutto il mondo, dal WSJ a El Pais, passando per i giornali economici del Vecchio Continente, ci convince che le cose non vanno mica bene. Lasciamo stare la spazzatura che ingombra Napoli (tanto, ‘è solo questione di giorni’) e i muri che crollano a Pompei (tanto, ‘non sono quelli affrescati’, ci rasserena il ministro Bondi). Ma l’Italia è attraversata da proteste contro la riforma dell’Università che vedono concordi docenti e studenti. E poi c’è il rischio più serio, messo in evidenza da FT: il timore di contagio della malattia finanziaria che ha già colpito nell’eurozona Grecia e Irlanda. Secondo FT, la speculazione potrebbe attaccare l’Italia proprio perchè essa è già dentro una crisi politica e di sistema. La stampa britannica, che va sempre a nozze quando puo’ predire la fine dell’euro, batte sul tasto : mentre Bloomberg e Guardian notano che i costi del debito italiano sono più alti dopo il salvataggio dell’Irlanda, sul Telegraph Ambrose Evans-Pritchard scrive che «il contagio colpisce l’Italia, mentre il salvataggio dell’Irlanda non calma i mercati». Les Echos e Expansion s’allineano: «I mercati non hanno finito di malmenare l’Europa, Italia e Belgio nel mirino”.

mercoledì 1 dicembre 2010

Mr B - Obama, 22 mesi di gaffes e punture di spillo

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 01/12/2010

E’ disseminato di sassolini, il cammino americano di Silvio Berlusconi, da quando alla Casa Bianca c’è Barack Obama. Ma non è una storia alla Pollicino: i sassolini, cioè, non servono a Mr B per (ri)trovare la strada del potere, ma gli finiscono dentro le scarpe e le rallentano. Prima, con George W. Bush, tutto filava liscio : i due, a dire il vero, non avevano (quasi) nulla in comune -vocazione da farmer l’americano, spirito gaudente l’italiano-, ma se la intendevano alla grande. Non c’era casa di George che Silvio non avesse visitato: la residenza ufficiale, al 1600 di Pennsylvania Avenue, a Washington, ovviamente ; e poi Camp David, la dimora fra le montagne del Maryland, dove erano ammessi solo gli amici ; e il ranch di Crawford in Texas, dove venivano accolti solo gli amici più amici.

I 22 mesi di Obama presidente sono stati, invece, una successione di incidenti di percorso, talora piccoli, talora sfortunati, talora politicamente insignificanti, specie rispetto ai grandi eventi (come il G8 dell’Aquila, per esempio). Ma le punture di spillo ripetute, alla lunga, non sono mai solo casuali. E Mr B, sinceramente, era proprio partito male, con quell’ ‘abbronzato’ dedicato al primo presidente nero americano. Che, dal canto suo, aveva fatto aspettare qualche giorno la prima telefonata dopo l’insediamento alla Casa Bianca, facendo passare l’Italia non solo dietro Cina e Russia o Gran Bretagna e Germania o India e Francia, ma anche la Corea e l’Egitto.

Oltre alle punture di spillo, ci sono pure stati segnali politici che non possono mica essere trascurati. Quando Obama ha voluto prendere un tè alla Casa Bianca con un personaggio italiano ed europeo autorevole e attendibile, ha invitato il presidente Giorgio Napolitano, non il premier (e non è che a Washington non sappiano che l’Italia non è una Repubblica presidenziale) –accadde il 25 maggio-.

E quando David Thorne, l’attuale ambasciatore degli Stati Uniti, arrivo’ a Roma, dopo l’interregno abbastanza lungo dell’incaricata d’affari Elizabeth Dibble, seguito alla partenza dell’ambasciatore di Bush Ronlad Spogli, il primo politico italiano che incontro’ fu Gianfranco Fini, nonMr B : puo’ non significare nulla, tanto più che allora –era l’11 settembre 2009- le cose tra Berlusconi e Fini andavano ancora benissimo (o, almeno, cosi’ pareva: non c’era segno di frizione).

E poi, sempre politicamente parlando, c’è stata l’accoglienza molto positiva riservata allo stesso Fini il 3 febbraio, quando a Washington venne ricevuto alla Casa Bianca dal vice di Obama Joe Biden e in Campidoglio dall’allora potentissima speaker della Camera Nancy Pelosi, una democratica della California di origini italiane.

Poi, ci sono gli episodi minori, che messi l’uno accanto all’altro fanno statistica (e una somma d’indizi puo’ diventare una prova). Un primo neo al Vertice del G20 negli Usa a Pittsburgh, nel settembre 2009 –erano passati appena due mesi dal Vertice dell’Aquila-: Mr B dimostra in modo plateale la propria ammirazione per Michelle e quasi infila il naso nella scollatura della first lady, sorprendendo lei e lasciando un po’ interdetto il marito.

Ad aprile, poi, Berlusconi resta ad attendere per un lasso di tempo indeterminato (40’, forse un’ora, a seconda delle fonti) sul marciapiede del Washington Convention Center, dopo una cena offerta dal presidente americano ai 46 capi di Stato e di governo che avevano partecipato al vertice sulla sicurezza nucleare. Per un disguido, l’auto di Mr B non arriva puntuale e il Secret Service impedisce al premier italiano di tornare a piedi il suo hotel: Silvio, abituato a farsi attendere più che ad attendere, è irritato, ma abbozza.

In maggio, Lanny Breuer, vice-segretario alla Giustizia degli Stati Uniti, con delega per la lotta alla criminalità organizzata, mette il dito nelle polemiche, che in Italia infuriano, contro la cosiddetta ‘legge bavaglio’ e fa l’elogio delle intercettazioni, che il governo italiano vuole limitare e che l’amministrazione statunitense –dice- giudica utilissime: «Non vogliamo che succeda niente che impedisca ai magistrati italiani di continuare a fare l’ottimo lavoro che hanno fatto finora» nella lotta contro la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra. Breuer, poi, tenta una marcia indietro imbarazzata e imbarazzante, ma il guaio l’ha fatto.

Certo, si poteva attribuire la gaffe di Breuer alla sua mancanza di esperienza diplomatica. Ma, adesso che Wikileaks ci ha fatto leggere alcuni messaggi sull’Italia ed il suo leader di diplomatici di professione, come la Dibble, o acquisiti, come Thorne, sappiamo che, quando si parla di Mr B, il linguaggio è sempre senza fronzoli e disinvolto: Thorne si lamenta, fra l’altro, dei ritardi nel bloccare la vendita all’Iran di 12 motovedette; e la Dibble descrive un premier vanitoso e festaiolo, tiratardi e, quindi, il giorno dopo, inefficiente.

Stati Uniti e Italia, la loro amicizia, la loro alleanza, non sono mica in discussione. E’ Mr B che l’America di Obama non capisce. O, forse, lo capisce proprio bene.

Ue/ Seae, D-Day (senza italiani) della diplomazia europea

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 01/12/2010

Per la diplomazia europea, oggi, a un anno dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, è il D-Day: nasce il Servizio europeo di azione esterna, che deve rendere l’azione internazionale dell’Ue più efficace e più visibile. Perchè tutto funzioni, ci vorrà un lungo rodaggio: per ora, mancano i funzionari, gli uffici e i soldi. E mancano pure gli italiani, perchè Lady Ashton, impalpabile ‘ministro degli esteri’ europeo, ha già scelto il suo stato maggiore : un francese, un irlandese, un polacco e una tedesca, oltre agli inglesi e a un danese nel suo staff. L’Italia resta a secco.