P R O S S I M A M E N T E

Buone Feste - Sereno Natale - Un 2017 Migliore - Buone Feste - Sereno Natale - Un 2017 Migliore - Buone Feste - Sereno Natale - Un 2017 Migliore

lunedì 24 ottobre 2016

Usa 2016: Trump, nel nonno i geni dell'imprenditore e del puttaniere

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 10/10/2016

 Una domenica di maggio del 1918, un uomo di 49 anni che passeggiava per le vie di New York insieme al figlio si sentì improvvisamente male: portato a casa, messo a letto, il giorno dopo, Memorial Day, 27 maggio, era morto. All'inizio, i medici pensarono a una polmonite fulminante. Solo più tardi capirono che quell'uomo era una delle prima vittime dell’epidemia di influenza che avrebbe fatto nei due anni successivi decine di milioni di morti nel mondo, la spagnola.

Quell’uomo era Frederick, nato Friedrich, Trump, un uomo d’affari americano d’origini tedesche dalla vita avventurosa e dalle alterne fortune, sposato con Elizabeth Christ e padre di Elizabeth, Fred e John G. Trump: era il nonno del candidato repubblicano alla Casa Bianca Donald Trump (figlio di Fred).

Al momento della morte, Frederick possedeva una casa su due piani, con sette stanze, nel Queens, quartiere di New York che la famiglia aveva scelto per il proprio insediamento, cinque lotti di terra vuoti, 4.000 dollari in risparmi, 3.600 in azioni e 14 mutui – i dettagli vengono da un libro del 2000 di Gwenda Blair -. Complessivamente, i suoi averi sono stimati a 31.359 dollari, equivalenti a poco meno di mezzo milione di dollari oggi.

In vita sua, c’erano stati momenti in cui era stato più ricco. Ma non lasciava la famiglia sul lastrico. La moglie Elizabeth e il figlio Fred portarono avanti la sua attività immobiliare, poi Fred vi associò a sua volta il figlio Donald. Oggi, la rivista Forbes ha appena stimato la fortuna dei Trump a 3,7 miliardi di dollari – ma l’estroverso candidato sostiene che è di nove miliardi -.

La storia del nonno di Donald, che Ted Wimer ha raccontato, giorni fa, su The New Yorker, facendoci rivivere, in un bellissimo articolo, le atmosfere dell’epoca e le sensazioni d’un emigrato, può aiutare a comprendere le radici e la mentalità del magnate e showman. Trump non fa mistero dei propri forti legami familiari, specie con il padre che lo volle presto accanto sul lavoro – il nonno non lo conobbe mai: era già morto da 28 anni quando lui nacque -.

Ma Donald è poco affidabile quando parla di se stesso come quando fa comizi: confonde le acque, riferendo imprecisione sul cambio di nome (da Drumpfs a Trump, ma avvenuto secoli prima dell’arrivo in America) e sulle origini del casato (che sarebbe stato svedese, mentre risulta tedesco, una famiglia di vignaioli del Palatinato le cui tracce risalgono al 1608). Le radici svedesi possono essere state inventate dal nonno di Donald per evitare la diffidenza degli americani verso i tedeschi già ai tempi della Prima Guerra Mondiale.

L’articolo di Wimer, dal titolo “Un immigrato chiamato Trump”, rende inoltre nette, in controluce, il contrasto fra la storia dei Trump e le posizioni anti-immigrazione del candidato repubblicano.
Contrariamente alla stragrande maggioranza degli emigrati di allora, che dicevano addio per sempre alla propria terra, Frederick Trump fece più d’una volta la traversata atlantica.

La prima nel 1885, salpando da Brema sulla Eider quand’era poco più d’un ragazzo – aveva 16 anni -. Al suo paese, Kallstadt, all’epoca nel regno di Baviera, ma di lì a poco parte dell’Impero tedesco, aveva imparato il mestiere di barbiere perché era troppo malfermo di salute per andare a lavorare nei campi.

L’ultimo viaggio transatlantico fu nel 1905, anche per sfuggire definitivamente all’accusa di essersi sottratto in patria al servizio militare.

In realtà, lui, la prima volta, in America c’era andato perché il padre, alla sua morte, aveva lasciato solo debiti. C’è chi racconta che partì d’intesa con la madre e chi riferisce che se ne andò di punto in bianco una notte, lasciandole un biglietto di saluto.

Negli Stati Uniti, Frederick aveva un punto d’appoggio: la sorella Katharina, emigrata due anni prima con il marito a Manhattan. A New York, fece il barbiere per sei anni, lavorando duro e mettendo da parte un po’ di risparmi. Con cui, nel 1991, si trasferì a Seattle, dove iniziò a gestire ristoranti e hotel, con annesse ‘case chiuse’ che rendevano bene. Nel 1992, votò per la prima volta nelle elezioni presidenziali – era ormai divenuto cittadino statunitense -.

A quel punto si fece attrarre dalla corsa all’ora, prima nello Stato di Washington, poi lungo il fiume Klondike, nello Yukon, nel Nord-Ovest del Canada, ai confini con l’Alaska, là dove fece fortuna Zio Paperone. Frederick, però, non cercò mai l’oro: esercitava il suo spirito d’imprenditore e uomo d’affari in vari modi, gestiva ristoranti e alberghi, spesso veri e propri bordelli, nelle località che nascevano e morivano con la febbre dell’oro; comprava, affittava e vendeva immobili e terreni.

Venne pure eletto giudice di pace. Là dove un sacco di gente si rovinava, o restava senza un soldo, esattamente com’era arrivata, lui s’arricchiva.


Abbastanza per tornare a Kallstadt nel 1901 con un discreto gruzzolo: 80 mila marchi, l’equivalente di mezzo milione di dollari oggi. Mise su famiglia, sposando la figlia del vicino, e l’anno dopo tornò a New York, installandosi nel Bronx. I Trump tornano ancora a Kallstadt nel 1904: vogliono restarci, ma la grana del servizio militare non si risolve; ripartono definitivamente nel 1905.

Stavolta, scelgono il Queens e lì s’insediano: Frederick torna a fare per un po’ il barbiere, ma poi riprende i suoi traffici, compra, vende, gestisce hotel. La guerra frena la sua intraprendenza: non tira una buona aria per gli immigrati tedeschi. Nonno Trump non vedrà la pace: il figlio Fred e il nipote Donald porteranno avanti, con successo, il suo lavoro.

Nessun commento:

Posta un commento