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domenica 6 settembre 2015

Immigrazione: Germania, la Merkel assume la leadership dell'accoglienza

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 06/09/2015

Striscioni negli stadi, in curva: “Benvenuti Asylanten”. D’accordo, non siamo a Dresda, roccaforte del neo-nazismo. Ma aspetto di vederli quegli striscioni tedeschi a Bergamo, all’ ‘Atleti Azzurri d’Italia’, o altrove nella Padania leghista. Dopo mesi di incertezze e di contraddizioni, tra richiami al rispetto delle norme e momenti di solidarietà, la Germania spinge decisamente per la revisione delle politiche migratorie dell’Unione europea.

E’ una Germania a trazione orientale, quella che s’è data una svolta e prova ad imprimerla all’Ue: Angela Merkel, la cancelliera, ha vissuto nel Brandeburgo e ha il suo collegio nel Meclemburgo; e Thomas de Maiziere, ministro dell’Interno, è cugino di  Lothar, ultimo premier della Germania dell’Est. Della triade che gestisce la scelta dell’apertura, è dell’Ovest solo il ministro degli Esteri, Frank-Walter Steinmeier, un social-democratico, che la solidarietà dovrebbe averla nel dna politico.

La svolta tedesca, confermata all'incontro di ieri a Lussemburgo dei ministri degli Esteri dei 28, è destinata a sfociare in decisioni europee forse già il 14, quando a Bruxelles si riuniranno i ministri dell’Interno. Tre le mosse: la decisione unilaterale, annunciata a sorpresa dalla Merkel, d’accogliere, le domande di asilo di tutti i rifugiati siriani sul territorio tedesco –se ne stimano 800mila quest’anno, in deroga alle regole di Dublino (cioè anche se la Germania non è il Paese d’ingresso nell’Unione); un’iniziativa congiunta con Francia e Italia per introdurre un sistema di ripartizione dei rifugiati più equo, con quote vincolanti, e un diritto d’asilo europeo –la Commissione europea sta lavorando e elaborare proposte che recepiscano le indicazioni-; infine, la decisione, presa insieme alla Francia, di promuovere centri per migranti europei, dove vagliarne la posizione.

Le scelte tedesche hanno magari sorpreso, ma –dice con orgoglio la Merkel, respingendo le critiche del premier ungherese Viktor Orban- “stiamo facendo la cosa giusta”. La svolta incontra resistenze interne ed europee –paradossalmente, specie nell’Est-. Gian Enrico Rusconi, politologo e docente all’Università di Torino, si chiede se la decisione della cancelliera sia “meditata e programmata”, o se risponda “ad un tratto caratteriale di decidere all’improvviso sotto una forte impressione” - l’odissea dei migranti nei Balcani, l’ecatombe del Tir in Austria -.

La sfida tedesca, ora, è di “dimostrare che egemonia e responsabilità possono essere sinonimi”, guadagnando il consenso di quella parte dell’opinione pubblica “decisa a contrastare populismi e razzismi”. La Merkel non pone limiti alle richieste d’asilo.

Per chi è abituato a criticare la “leadership riluttante” della Germania nell’Unione, la brusca svolta sull’immigrazione è un fatto nuovo, una sorta di scommessa su una leadership umanitaria. Ci sono pure intellettuali che la criticano perché “la politica della compassione non è una soluzione” - meglio, comunque, di quella dell’indifferenza -. Robert Fisk, invece, si chiede se “l’Occidente non abbia perso l’unica vera conquista della Seconda Guerra Mondiale: la compassione”.

L’apertura della Germania non risolve di per sé in problema, nonostante una capacità d’accoglienza stimata a 10 mila profughi a giornata, ma intanto sblocca la situazione dei disperati in Ungheria. E scatena una gara di solidarietà: il premier finlandese Sipila mette a disposizione la sua casa; islandesi e spagnoli lo fanno collettivamente; e persino il premier britannico Cameron accetta alcune migliaia di profughi siriani –direttamente dai campi dell’Onu.

Ma la battaglia europea non è vinta. Praga, Bratislava e Budapest dicono no alle quote. Bruxelles ipotizza 120mila ricollocamenti in più dei 40 mila previsti, chiede che ogni Sato s’assuma le sue responsabilità. L’Onu chiede all’Ue d’accollarsene 200 mila; il Pentagono avverte che la crisi durerà vent’anni.

sabato 5 settembre 2015

Siria: Russia e Iran al capezzale d'un Paese che si svuota e muore

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 05/09/2015

"La Siria sta morendo: muore di fame in alcuni luoghi, muore di crepacuore vedendo i suoi gioielli archeologici saltare in aria e i suoi figli perire, chi affogato in mare, chi senz'aria in un camion, altri intrappolati in fili spinati, altri mentre vagano sui binari". L’immagine dolente è del nunzio apostolico a Damasco, monsignor Mario Zenari, intervistato ieri da Radio Vaticana. Un Paese che muore e che si svuota, la Siria, con milioni di sfollati all'interno e milioni di rifugiati nei campi in Turchia e in Libano; e centinaia di migliaia di profughi in cammino sui percorsi dell’emigrazione. Dove non ti uccidono le milizie jihadiste o le bombe dei lealisti o della coalizione, ma la crudeltà di scafisti o ‘spalloni’, i nuovi schiavisti, e l’insensibilità dei governi.

Chi resta in Siria?, chi comanda in Siria?, che futuro ha la Siria? Il nunzio risponde alle domande con un appello “alla comunità internazionale e a tutti i siriani” perché “superino le divergenze” e si “siedano al tavolo delle trattative”: “non c’è alternativa”, dice, per salvare la Siria e i tanti Aylan in fuga con i genitori dalla guerra. Il bimbo ieri seppellito a Kobane con la madre e il fratellino non è l’ultimo, avverte mons. Zenari: anche ora, certamente, bambini siriani stanno morendo. I dati dell’Onu dicono che sono 10 mila i minori finora uccisi in questo conflitto che ha fatto in tutto 250 mila vittime.

Impegnata a fare fronte al flusso degli arrivi, dalla Siria, dall’Eritrea, dall’Afghanistan, l’Unione europea ha consegnato la Siria ai raid della coalizione internazionale, senza svilupparvi da mesi un’azione diplomatica efficace: c’è più attenzione alla Libia che a quanto avviene nel Paese formalmente soggetto al presidente al-Assad, ma di fatto dilaniato tra lealisti che ne controllano porzioni di territorio sempre meno estese, jihadisti del Califfato all'offensiva –più mediatica che militare-, milizie integraliste anti-Is e anti-Assad di cui nessuno si fida ed una fantomatica ‘opposizione moderata’ che sul terreno non si vede, ma che partecipa attivamente al gioco della contro-informazione.

Così la Siria diventa palestra diplomatica, e non solo, per l’Iran e per la Russia, due Paesi vicini ad Assad e alla ricerca di rilegittimazione sulla scena internazionale. Teheran portav avanti una sua ricerca di una soluzione politica: nel giro di un mese, sono stati a Damasco il ministro Zarif, il 12 agosto, e il suo vice Lihan, ieri. Il presupposto iraniano è che qualsiasi soluzione politica non può prescindere dalla presenza di al-Assad sia nel futuro del Paese che nel dialogo con l'opposizione"; e la disponibilità di Teheran è diplomatica, ma pure militare, diretta o mettendo in campo gli alleati in Libano.

Meno rigida sul futuro la Russia di Putin: il presidente russo sostiene di avere concordato con al-Assad “cambiamenti politici necessari”, fra cui la convocazione d’elezioni anticipate - rispetto alla scadenza del 2016 - e la condivisione del potere con l'opposizione "sana". Putin muove varie pedine: cerca di arruolare fra gli amici l’Egitto; ammicca all’America, parlando di “coalizione anti-terrorismo”; e rimbrotta l’Europa.

La crisi dei migranti, dice, era un evento “prevedibile”, che la Russia aveva segnalato: l’Ue ha “ciecamente seguito gli Usa sulla Siria”, però “i siriani che fuggono dal loro Paese non scappano da al-Assad, ma dal Califfato”.

Manca, a questo tardivo revival diplomatico, il tassello occidentale. Obama, ora che ha l’ok del Congresso all’accordo con l’Iran sul nucleare e che ha forse avuto ieri l’avallo saudita – re Salman era a Washington -, potrà forse riprendere in mano il dossier. Prima che la Siria muoia; o si svuoti.

venerdì 4 settembre 2015

Immigrazione: l'Ue prova a fare l'Europa, ma Orban li prende a botte

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 04/09/2015

Aylan che muore a tre anni, riverso annegato su una spiaggia turca. Speranza che nasce, in una stazione ferroviaria a Budapest, con nel nome una missione di vita: “Farcela”. Sono i bambini che strattonano la coscienza dell’Europa in queste ore, un’Europa che, però, “non deve solo commuoversi, ma deve muoversi”, dice a Firenze il premier Renzi, incontrando il collega maltese Muscat. "Di fronte a immagini che strapazzano il cuore, occorre essere consapevoli che serve una strategia globale … L'Europa non può perdere la faccia”.

L’Ue cerca una risposta alla sua peggiore crisi umanitaria dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Alcune tappe sono già delineate: oggi e domani, a Lussemburgo, i ministri degli Esteri dei 28 parlano di quote e Germania e Francia hanno una proposta di redistribuzione “obbligatoria e permanente” dei richiedenti asilo; il 14, a Bruxelles, i ministri dell’Interno e della Giustizia discuteranno del diritto d’asilo europeo.

La Commissione europea s’appresta a sollecitare gli Stati a spartirsi l'accoglienza di altri 120mila profughi, in aggiunta ai 40mila proposti a maggio –ma solo 20 mila sono già stati collocati-. Il presidente dell’Esecutivo di Bruxelles Jean-Claude Juncker presenterà l’insieme delle misure nel discorso sullo Stato dell'Unione, che farà di fronte alla plenaria del Parlamento europeo  mercoledì 9 a Strasburgo.

Ma se la Germania trascina nella sua visione solidale Francia e Spagna, pur recalcitranti; e se l’Italia, la Grecia e Malta spingono dal fronte mediterraneo, nel cuore dell’Unione c’è ancora chi pensa di affrontare la crisi con i modi rudi, i muri, la coercizione; e la beffa.

Viktor Orban, il premier ungherese, uno che non si capisce come il Ppe possa tenerselo, arriva a Bruxelles con la spocchia d’un Salvini del Danubio: poche idee, e per di più sbagliate. Litiga con Juncker e pure con la Merkel, che gli risponde per le rime: “Io faccio quel che è giusto”.

Orban prima illude i migranti, poi li beffa: un treno parte da Budapest stracarico, tutti sono convinti d’andare alla frontiera, di viaggiare verso la Germania. Ma il convoglio si ferma a una quarantina di chilometri dalla capitale, a Bicske, vicino a uno dei centri di accoglienza magiari.

Molti immigrati si rifiutano di scendere, la polizia interviene energicamente, ci sono scontri: la zona è isolata, i media vengono fatti allontanare. Da Budapest -fa sapere Orban, che forse non ha mai visto ‘La nave dei dannati’ di Rosenberg- non partiranno più treni verso Ovest "fino a nuova decisione". E se non basta il filo spinato al confine serbo, Orban è pronto a mettere i cavalli di Frisia alla frontiera con la Croazia, una frontiera Ue interna.

L’Ungheria vuole registrare i migranti in transito, ma riduce l’emergenza a "un problema tedesco, non europeo" perché la Germania è la meta di quell’umanità dolente in moto. E Berlino è pronta ad accogliere 800.000 richiedenti asilo quest’anno, quattro volte di più dello scorso anno.

Italia e Malta, dal canto loro, concordano sull’impegno a salvare tutti quello che rischiano di morire e sono convinte che l’emergenza continuerà a lungo: ci vuole “un approccio globale ed europeo", “una politica europea onnicomprensiva".

Non ci sono solo notizie negative. La polizia ceca non marca più i profughi con un numero sulla pelle: utilizza "braccialetti con i dati d’identificazione”. E una gara di soliderietà scatta tra le città spagnole: Barcellona, Saragozza, Pamplona, La Coruna, Valencia, Malaga e Madrid fanno a gara per accogliere profughi. Crescono le pressioni sul premier britannico Cameron, contestato nel suo stesso partito per le scelte ‘isolazioniste’: quasi 150 mila firmano una petizione online perché il Regno Unito accolga più rifugiati.

Mafia (e anti) Capitale: gli imbarazzi d’un romano (e d’uno juventino)

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano lo 03/09/2015

Non sono romano, nel senso che non sono nato a Roma e non considero Roma la mia città. Ma sono cittadino romano, nel senso che ci vivo e ci ho vissuto complessivamente e non consecutivamente ormai una ventina d’anni. E sono juventino, non da ultrà, ma visceralmente e palesemente.

Mai in passato, l’essere cittadino romano e tifoso juventino m’hanno contestualmente creato così tanti imbarazzi. E, onestamente, la sconfitta di domenica in campionato – maledetta!, ma meritata – non c’entra nulla.

Comincio dagli imbarazzi più futili, quelli del tifoso. Che non sopporta gli ultra, qualsiasi sciarpa portino al collo. E che tifa sempre ‘per’ e mai ‘contro’, anche se qualche radicata antipatia la nutre: la mia generazione juventina ce l’ha con l’Inter, non con la Roma –non è una dichiarazione di pace; in un certo senso, è peggio-. Ragazzotto, andai in giro per la Lomellina a lanciare volantini di vittoria il 1° giugno 1967 (e ne uscì notizia su La Provincia Pavese); uomo fatto, organizzai un corteo -di due auto- con clacson e bandiere per Washington il 5 maggio 2002 (e ne feci notizia per l’ANSA); e spero nel ‘non c’è due senza tre’ per rinverdirmi la tarda età.

E mi imbarazza il tifoso (juventino) piemontese (di Moncalieri) assessore (romano) e senatore che, in una trasmissione radiofonica di cui non apprezzo lo stile di conduzione e che quindi non ascolto, si adegua allo stile e ricorre a termini inutilmente volgari per esprimere la sua juventinità (che diventa anti-romanità).

Non conosco il senatore assessore Stefano Esposito, che, nella stessa intervista, si rivela ‘leggero’ come assessore –s’è appena insediato e si farà- quanto ‘pesante’ come tifoso. E spero che abbia molte occasioni d’esprimere la sua juventinità in modo gioioso, ma pacato, festeggiando uno scudetto –il 34°, ovviamente- o una Champions –magari, in finale contro la Roma all’Olimpico-. ‘Forza Juve’ sempre, ‘Abbasso’ mai.

E veniamo agli imbarazzi più seri, quelli del cittadino –e un po’ tanto anche del giornalista-. Mafia Capitale, il funerale show del boss Casamonica, oggi la manifestazione ‘anti-Mafia’ – tirata per le lunghe, perché ad agosto i romani non ci sono (ma i Casamonica c’erano), anche se poi suona bene la coincidenza con l’anniversario dell’uccisione di Dalla Chiesa -; e, ancora, le polemiche sul Sindaco, che è una brava persona, ma non può essere solo una brava persona; sul Prefetto, che è uno che forse ci sta, ma senz’altro ci fa; e, come sempre, su tutto, il Governo, la politica, il Giubileo, la stampa. Che, in una città dove adesso ‘tutti sapevano’, il Mondo di mezzo e le combutte, la mafia e le cooperative, non ha mai saputo nulla; o –ed è peggio- non ha mai scritto nulla.

Uno dice: “Sfido che ti imbarazzi!”. Ma l’imbarazzo mio è quello del cittadino fra cittadini che cercano responsabili, ma non s’assumono la loro responsabilità. Se Roma è così, è anche perché ‘noi romani’ la viviamo così. La vogliamo diversa? Abbiamo cura del bene e del verde pubblico, teniamo in ordine la facciata del palazzo e pulito il marciapiede davanti a casa, compriamo il biglietto per l’autobus –io stamane non l’ho fatto e non mi assolvo perché la macchinetta sull’85 era, come spesso capita, fuori uso-, non facciamo i furbi nelle code, siamo cortesi con il prossimo nella metro e per strada, accettiamo e paghiamo le multe –e, ovviamente, le tasse-, non parcheggiamo in seconda fila, andiamo di paletta dietro i nostri cani, siamo intolleranti dell’altrui lassismo come del nostro, viviamo da cittadini ‘padroni’ della nostra città. Che è di tutti; e quindi è anche nostra.

In sintesi, diamo ciascuno il meglio perché Roma nel Mondo non sia Mafia Capitale, o lo show dei Casamonica. Non basta, certo, se la politica non segue. Ma aiuta. E molto. Se non altro a essere meno imbarazzati e a farci sentire meno peggio (se non bene).

giovedì 3 settembre 2015

Immigrazione: Germania guida l'Unione contro i marchi d'infamia

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 03/09/2015

Le carrette del mare. I tir della morte. E adesso i treni presi d’assalto e stipati come carri bestiame. Se ci si mettono pure i cechi a marchiare con un numero a pennarello i migranti, l’evocazione dell’immagine dell’Olocausto è inevitabile, in questo flusso che molti hanno già definito biblico, questo fiume umano che attraversa i continenti e sfocia in Europa, quando ci arriva, allo stremo delle forze.

La cronaca di ieri racconta una notte d’inferno a Calais, con almeno 150 migranti a prendere d’assalto i treni all’ingresso nel tunnel sotto la Manica –grossi i disagi per i passeggeri blindati dentro-; e una giornata di tensione a Budapest, dove oltre 2.000 migranti restano accampati davanti alla stazione centrale, dopo che è stato loro vietato di salire sui convogli per Austria e Germania.

Da Breclav, giunge notizia che la polizia della Repubblica Ceca, armata di guanti e pennarelli, scrive numeri identificativi sulle braccia di centinaia di migranti giunti in treno dall’Ungheria e diretti in Germania: c’è una foto di bambini che vengono ‘marchiati’. S’ignorano le giustificazioni della pratica, che ha suscitato un’immediata eco d’indignazione in tutto il Mondo, perché ricorda quella dei campi di sterminio nazisti -lì, i numeri erano a fuoco-: è un segnale, non certo l’unico, che il “buio della mente” può tornare, che l’Europa non è immune dai germi del passato se allenta l’ancoraggio dell’integrazione.

Dal Sud al Nord, il flusso è continuo, incessante: oltre 4000 le persone arrivate al Pireo dalle isole dello Ionio dov’erano approdate con mezzi di fortuna. Ma la partita dell’immigrazione, la cui scena principale s’è spostata dal Sud, dal Mediterraneo, all’Europa centrale, si gioca pure al Brennero: su richiesta della Germania, che ha ormai assunto decisamente la leadership europea su questo fronte, l'Italia intende intensificare i controlli al valico di frontiera, nel rispetto degli accordi di Schengen.

Si riproduce la situazione di Ventimiglia tra Italia e Francia, ma in un clima di collaborazione, invece che di contrapposizione. E la Provincia di Bolzano accoglierà per qualche giorno -come misura temporanea- un numero di profughi stimato ad alcune centinaia, per permettere alla Baviera di organizzarsi per fronteggiare l'emergenza contingente.

Sul piano diplomatico, dopo l’iniziativa congiunta tedesco-franco-britannica, che ha innescato l’incontro straordinario del 14 settembre a Bruxelles fra i ministri dell’Interno dei 28, un altro trio, questa volta Italia, Francia, Germania, produce un documento che sbozza nuove regole sull’asilo e per una ripartizione dei rifugiati equa. L’annuncio del ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier trova poi conferma in un comunicato della Farnesina. Del documento italo-franco-tedesco, già trasmesso a Federica Mogherini, Alto Rappresentante per la politica estera e di difesa europea, e ai colleghi degli altri Paesi Ue, si parlerà domani e sabato in una riunione a Lussemburgo.

La Germania, dove entrano secondo la polizia cento migranti l’ora, oltre 2000 al giorno, asseconda il cambio d’atteggiamento indicato dalla cancelliera Merkel e si prepara a cambiare la Costituzione per rendere più gestibile in tempi brevi l'emergenza migranti. "Dovremo adattarci al cambiamento: scuola, polizia, edilizia, alimentazione, sistema sanitario, tutto!", dice il ministro dell'Interno Thomas De Maiziere, intervistato dal settimanale Zeit. "Parlo anche di modifiche alla Costituzione -aggiunge-, da fare molto rapidamente, nel giro di qualche settimana".

Stride con la svolta tedesca, con la promessa di asilo a tutti i siriani sul territorio tedesco, l’insensibilità britannica e, soprattutto, le chiusure dei Paesi dell’Est, carri armati in Bulgaria, filo spinato in Ungheria, numeri a pennarello nella Repubblica Ceca, l’esclusiva ai cristiani in Slovacchia.

Pure l’Italia, che tiene bordone alla Germania, ha le sue pecche: la Corte di giustizia europea la bacchetta per il costo troppo alto dei permessi di soggiorno (tra gli 80 e i 200 euro), non conforme alle norme europee. A due giorni da una condanna a Strasburgo, una a Lussemburgo: zoppichiamo nei principi e nella pratica.

mercoledì 2 settembre 2015

Usa 2016: Hillary, che momentaccio!, Trump, Biden e l'emailgate

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 02/09/2015

Lei prova a fare la disinvolta –che non è proprio il suo forte-, a prendere in giro Trump che la ridicolizza, a tenere in soggezione Biden che non è ancora sceso in campo. Ma le cose stanno davvero andando a rotoli per Hillary: un momentaccio, con lo scandalo dell’emailgate che la perseguita e che lei spera di lasciarsi alle spalle dopo la deposizione al Congresso a ottobre.

Intendiamoci. Primo, l’ex first lady ha tutto il tempo –e tutti i soldi- per resettare la sua campagna e ripartire in quarta. Secondo, lo scandalo è di per sé risibile: l’ex segretario di Stato è colpevole, reo per di più confesso, di avere usato un account privato invece di quello ufficiale –e meglio protetto- del Dipartimento di Stato. In tasca non gliene è venuto niente, né v’è sentore che potenze straniere o gruppi terroristici abbiano profittato di questa sventatezza. Ma quando i sassi cominciano a rotolare bisogna fermarli prima che diventino una frana: ché, poi, non la fermi più.

Lo stillicidio delle rivelazioni è incessante. Lunedì, il Dipartimento di Stato ha reso pubbliche oltre 7000 pagine di posta elettronica del suo ex boss. Fra le mail ora divulgate, circa 150 messaggi censurati perché ritenuti –a posteriori- contenenti informazioni riservate.

La maggior parte della corrispondenza appare di routine, ma alcune mail – specie con il consigliere Sidney Blumenthal - rivelano l’interesse della Clinton per la politica interna  (non è una sorpresa e neppure un crimine). In una, Blumenthal bolla lo speaker della Camera John Boehner, repubblicano, come un "pigro alcolizzato"; in altre, si parla del generale Petraeus e di John Podesta, oggi nel team di Hillary. C’è pure un carteggio inedito tra il Dipartimento e Julian Assange: il 27 novembre 2010, gli Stati Uniti cercando di evitare che Wikileaks pubblichi 250.000 documenti classificati, sostenendo che la vita di americani ne sarebbe a repentaglio.

Nelle mail scritte usando il server privato di casa Clinton e della Clinton Foundation - una scelta che Hillary ha di recente definito “un errore”-, spunta pure Chelsea Clinton come rappresentante della Fondazione di famiglia. La ‘First Daughter’ invita i genitori a intervenire ad Haiti, ma non vuole comparire: "Sono felice di restare un soldato invisibile".

Il vizietto della mail privata pare diffuso fra i vip della diplomazia: anche Caroline Kennedy, ambasciatore in Giappone, ma soprattutto figlia di John F. Kennedy, ha usato un suo account privato e non quello ufficiale.


Nonostante tutto, Hillary porta avanti con energia la sua campagna. Nel Minnesota, alla riunione estiva del Comitato nazionale democratico, ha ironizzato su Donald Trump, attuale battistrada repubblicano, "Il partito di Lincoln e' diventato il partito di Trump". E non ha fatto cenno all’ipotesi di una discesa in campo del vice presidente Joe Biden. L'ex first lady ha però mandato ai delegati una raffica di pro memoria, indicando tutti gli appoggi ricevuti nei primi Stati in cui si voterà (Iowa, New Hempshire, South Carolina e Nevada) e annunciando una serie interminabile di raccolte fondi - obiettivo non dichiarato, ma palese: fare terra bruciata tra i potenziali simpatizzanti di Biden-.

martedì 1 settembre 2015

Immigrazione: Merkel apre a Italia e asilo europeo, centro-destra non ci sta

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 01/09/2015

Pare l’unico leader europeo convertito da papa Francesco sulla via dell’immigrazione: ora, invoca flessibilità; promette tolleranza zero “per chi mette in dubbio la dignità degli esseri umani”: e dice che “l’Italia va aiutata”, come altri Paesi investiti dall’ondata di migranti e rifugiati. Angela Merkel offre, finalmente, una leadership tedesca illuminata e solidale all’Unione incerta e divisa tra rispetto dei propri valori e opportunismi economici e politici. "Se l'Europa fallisse sui rifugiati – avverte -, se si rompesse il legame con i diritti umani universali, non ci sarebbe più l'Europa che volevamo".

Non è affatto sicuro che la riunione straordinaria dei ministri dell’Interno e della Giustizia dei 28, convocata il 14 settembre a Bruxelles, porti a risultati concreti. Frans Timmermans, vice-presidente della Commissione europea, va a Calais, sulla Manica, dove migliaia di migranti s’accampano sperando di raggiungere la Gran Bretagna: bisogna arrivare "rapidamente – dice - a regole europee sulle richieste di asilo" –una posizione condivisa dall’Italia-. L'Unione –aggiunge- "non abbandonerà mai chi ha bisogno di protezione".

I comportamenti di molti governi non avallano, però, questa certezza. A parte la Gran Bretagna, arroccata nella sua insularità – e garantita dai Trattati, che le concedono di chiamarsi fuori -, i Paesi dell’ex blocco comunista, specie Ungheria, Slovacchia, Rep. Ceca, non hanno slanci di solidarietà.

A parte Bulgaria e Romania, dove nessuno vuole fermarsi, gli ungheresi (oggettivamente investiti da una marea umana percentualmente dieci volte superiore a quella italiana) stendono fitte cortine di filo spinato – gliene saranno rimaste scorte, dai tempi della Guerra Fredda- e gli slovacchi concedono asili con il contagocce (76, in un anno) e teorizzano solo ai cristiani.

Dietro queste chiusure, ci sono quasi sempre leader di centro-destra o di destra, che, com’è il caso del premier ungherese Orban, sentono la loro base erosa dagi estremisti neo-nazisti di Jobbik. Però, la tentazione di girare la testa altrove, che non contagia i Paesi nordici e neppure l’Irlanda, condiziona anche la Spagna del premier ‘popolare’ Rayoj e la Francia del presidente socialista Hollande, che tentenna tra il contrastare le posizioni xenofobe di Marine Le Pen o in qualche misura blandirne la base per toglierle spazio.

La Merkel ha strumenti per farsi ascoltare dai suoi partner. Dell’Italia, la cancelliera spiega che, come la Grecia, va aiutata dai partner europei ad accogliere "in modo equo" i rifugiati, altrimenti, senza un’intesa per una redistribuzione, "si dovrà sollevare la questione di Schengen": “Noi questo non lo vogliamo”, perché la libera circolazione, ricorda, con una critica implica all’interpretazione riduttiva britannica, “è un principio di fondo dell’Ue”. Da Roma, Renzi e Alfano le tengono bordone: sì al diritto di asilo europeo, no a mettere in discussione Schengen.

L'Unione deve "muoversi insieme", "i Paesi dell’Ue devono condividere la tutela del diritto d’asilo", "bisogna avere un sistema di quote equo". Parole che vanno oltre gli accordi di luglio fatti col bilancino. Nella conferenza stampa di fine estate, la cancelliera mette in gioco la Germania: "Il mondo ci vede come un Paese di speranza, ma non è sempre stato così”; ora “serve coraggio", non rigurgiti di nazismo.

I migranti che arrivano dai Balcani avvertono il richiamo di Berlino: sono centinaia, nelle stazioni di Vienna e di Budapest, ad aspettare di salire su un treno per la Germania. Il ritmo d’ingresso in Ungheria supera i 3000 al giorno.

La Merkel mette le carte in tavola per la riunione straordinaria fra due settimane. A Calais Timmermans annuncia aiuti alla Francia per la gestione dell’emergenza ed afferma che l’Unione, con i suoi 500 milioni di abitanti, ha la possibilità di gestire la crisi se dà “una risposta comune”. Con il vice-presidente della Commissione c’è il premier francese Manuel Valls, che denuncia chi, nell’Ue, “non fa la sua parte” – ieri il ministro degli esteri Laurant Fabius aveva additato come “scandaloso” l’atteggiamento dell’Ungheria, che ha chiesto spiegazioni -.


La rotta balcanica si somma a quella africana: nell'ennesimo naufragio, davanti alle coste di Khoms, a est di Tripoli, in Libia, sono morte 37 persone. Al porto del Pireo sono giunti 2.500 rifugiati, trasferiti in traghetto, alleggerendo la situazione sulle isole.