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martedì 3 maggio 2011

Osama ucciso: molti dubbi, ma conta il punto fermo

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 03/05/2011

Della guerra al terrorismo, la morte di bin Laden "non e' la fine e non e' neppure l'inizio della fine, ma e' la fine dell'inizio". Ed e' un punto fermo: Osama bin Laden, il capo e l'ideologo della rete terroristica al Qaida, la mente e lo stratega dell’attacco all'America dell'11 Settembre 2001, e' stato ucciso. Del quando, dove, come e magari pure del perché, possiamo non essere certi: come la morte di Che Guevara, anche questa ce la racconteremo negli anni, tra dubbi e interrogativi.

L'aforisma (celebre) e' di Winston Churchill, dopo la vittoria degli anglo-americani su tedeschi e italiani a El Alamein, nella Seconda Guerra Mondiale. Ma si adatta bene alla guerra al terrorismo, dopo l’eliminazione del capo di al Qaida. Bin Laden esce di scena da sconfitto. Non solo e non tanto perché l'Occidente infedele è ancora lì, quanto perché i regimi arabi suoi grandi nemici, specie quello saudita, non sono stati travolti dal suo integralismo intransigente e sanguinario. E, inoltre,
la primavera islamica di questi mesi non porta né in Tunisia né in Egitto la sua matrice, anche se l’attentato di Marrakesh e, magari, alcuni fermenti dell’insurrezione libica hanno il suo sigillo.

Osama era ormai un sopravvissuto, alla sua organizzazione, ormai disintegrata in cellule autonome o, comunque, non collegate a un potere centrale (il che le rende più difficili da individuare) e anche a se stesso, dato per morto più volte –Benazir Bhutto, ex premier pakistano, lo annunciò deceduto nel 2007, pochi mesi prima di essere vittima di un attentato a componente al Qaida-. Ma soltanto ora la sua morte certificata dall’annuncio del presidente Barack Obama consente all'America d'elaborare il lutto dell'11 Settembre, a quasi dieci anni dalle stragi da 3.000 morti al World Trade Center e al Pentagono; e al presidente di compiere un balzo nell’apprezzamento dei suoi compatrioti e di rilanciarsi nella corsa a un secondo mandato alla Casa Bianca.

Certo, il racconto fatto da Obama domenica a tarda sera alle tv americane –in Italia, erano le quattro del mattino passate- e gli elementi emersi nelle ore successive lasciano qualche incertezza e numerose perplessità: il luogo dell’epilogo, in Pakistan, ma non fra le impervie montagne al confine con l’Afghanistan, bensì in una città non lontano da Islamabad e sede di una base dell’esercito; le modalità dell’uccisione; le circostanze della sepoltura; la labilità, almeno apparente e temporanea, delle prove offerte. Ma, forse, l’America di Obama, per cui quella al terrorismo non è una guerra all’Islam, vuole solo evitare di esibire macabri trofei. Che sia vera la notizia, nessun dubbio: se fosse falsa, smentirla sarebbe relativamente facile e devastante per gli Usa e per il presidente.

“La scorsa settimana –racconta Obama- sono giunto alla conclusione che avevamo informazioni d’intelligence sufficienti per entrare in azione e ho autorizzato una operazione per catturare Osama e per assicurarlo alla giustizia … Abbiamo lanciato un’operazione mirata contro un fabbricato d’Abbottabad: un piccolo commando ha compiuto l’azione con coraggio e bravura straordinari. Nessun americano è rimasto ferito. I militari hanno fatto tutto il possibile per evitare che vi fossero vittime civili. Dopo una sparatoria, hanno ucciso Osama e preso in custodia il suo corpo. Giustizia è fatta”. Quattro altre persone sono rimaste uccise. Non sono stati fatti prigionieri.

Il luogo – L’intelligence americana avrebbe localizzato fin dall’agosto 2010 il rifugio di bin Laden, una casa in un quartiere di militari in congedo, “otto volte più grande delle altre” intorno, protetta da misure di sicurezza eccezionali, con muri alti 5 metri e mezzo e sopra filo spinato e cancelli blindati. Dentro, né telefono né internet. Pare strano che il capo di al Qaida sia andato a nascondersi dove l’intelligence pachistana dovrebbe essere più forte.

Il raid – L’incursione è stata compiuta da forze speciali della Marina, le Navy Seals, ed è durata 40 minuti. Il commando aveva l’ordine di catturare Osama vivo, se lui si fosse arreso. Ma il terrorista ha opposto resistenza: è stato ucciso con una pallottola alla testa. Le altre vittime della sparatoria sono una donna, un figlio di Osama e due sue porta ordini. Prime versioni, poi smentite o comunque non confermate, indicavano che l’azione fosse stata condotta con un drone o risalisse a sette giorni or sono.

Il riconoscimento – Il corpo del capo di al Qaida è stato riconosciuto “al di là di ogni ragionevole dubbio” da un esame del Dna. Ma le foto diffuse dalla Cia, il cui direttore Leon Panetta ha pilotato l’intera operazione, non sono né chiare né convincenti. Forse, c’è la volontà di non mostrare troppo. Ma l’intelligence americana dispone di sicuro di più elementi di quelli che per ora rende pubblici.

La sepoltura – La salma di Osama è stata gettata nel Mare Arabico da una portaerei americana, proprio per evitare che una tomba diventasse una meta di pellegrinaggio. Secondo gli americani, tutto sarebbe stato fatto per rispettare la tradizione musulmana, ma un responsabile della moschea d’al-Azhar al Cairo, massima istituzione dell’Islam sunnita, lo nega.

La gaffe – Il coinvolgimento, o meno, dei servizi di sicurezza pachistani nell’uccisione d’Osama diventa oggetto di gaffe e di contraddizioni: il segretario di Stato Hillary Clinton lo riconosce, ma Joe Brennan, capo dell’anti-terrorismo alla Casa Bianca, lo smentisce: Islamabad sarebbe stata tenuta all'oscuro e informata a cose fatte. Se il coinvolgimento c’è stato, non bisognava dirlo, perché le autorità pachistane possono esserne imbarazzate; se non c’è stato, è segno che Washington non si fida proprio di quell’alleato.

La sicurezza – L’eliminazione del capo di al Qaida non significa che il Mondo sia un posto più sicuro. Anzi, l’Amministrazione statunitense e tutti i Paesi occidentali hanno subito provveduto a rafforzare i livelli d’allarme: per Panetta, è “quasi certo” che i seguaci di Osama vogliano vendicarne la morte. E, nel Mondo, le attestazioni di soddisfazione s’intrecciano con quelle di preoccupazione: il dollaro sale, il petrolio cala, le borse vanno su; come la paura.

domenica 1 maggio 2011

Kate & Carlà, guerre e stragi, la l'Occidente è gossip

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 01/05/2011

Una volta, per determinare la superiorità di un popolo, o di un paese sull'altro, senza stare a farsi una guerra sanguinosa e rovinosa, c'era il metodo Orazi / Curiazi, oppure il ricorso alla tenzone, o ancora, in tempi più moderni, la conta delle medaglie vinte alle Olimpiadi o dei premi Nobel messi in fila. Gran Bretagna e Francia, che dai tempi di Napoleone non si fanno più la guerra -Wellington e Nelson, Waterloo e Trafalgar, due a zero per Sua Maestà-, sfogano, oggi, la loro perenne rivalità di potenze europee un po' appannate, ma pur sempre con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell'Onu, in una battaglia, furibonda quanto incruenta, di gossip sulle rispettive ‘premieres dames’ (ma gli inglesi, che hanno la puzza sotto il naso della monarchia, mettono in campo una ‘junior’, perchè la regina, Dio la salvi, è fuori concorso e la riserva Camilla è mediaticamente improponibile).

Allora, ecco il matrimonio in mondovisione di Kate, che adesso che è duchessa di Cambridge, dovremmo chiamate Catherine per intero, giocato contro la gravidanza senza conferme, ma pure senza smentite, di Carlà, con l'accento da quando è sposata con Sarkò, Caterina dei Medici versione XXI Secolo. Kate, la studentessa, la borghesuccia, la sposina, regge benissimo la sfida, ben assecondata da William, che avrà meno capelli di Nicolas –e meno potere-, ma è un ragazzone che fa simpatia. La coppia britannica che un giorno sarà reale sa stare al gioco del gossip planetario: azzecca il mistero ben custodito del vestito nuziale; il bacio -pudicamente telegenico- sul balcone più carico di storia al mondo in servizio, dopo quello dell' ‘habemus papam’; la finta ‘fuga’ in auto da sposi novelli; la festa a palazzo fino alle tre di notte (ma le stelle sono i fratelli minori, Harry e Pippa, su cui si vocifera già...); infine, il rinvio a sorpresa della luna di miele.

Li davano in partenza per Giordania, Kenya, Seychelles, Australia, o una villa in Lucchesia; oppure, per tutti questi posti insieme. Invece, loro riescono a stupire: restano a Londra e si fanno fotografare a spasso per i cortili di Buckingham Palace, lei con la gonnellina corta (non troppo), lui a suo agio in giacca sportiva e camicia senza cravatta. C’è la crisi, il Paese è in guerra (in Libia, con noi), William è un militare e il dovere lo chiama: la luna di miele può attendere –così, quando la faranno, magari, saranno più tranquilli e meno inseguiti ovunque da paparazzi e ‘gossippari’-. Per riprendersi dalle emozioni del matrimonio, che dev’essere stato un bello stress, con il labiale su ogni sillaba, Kate e Will si regalano 48 ore di relax e intimità in un castello del Regno Unito. Martedì, come tutti i suoi sudditi, cui il ‘royal wedding’ è valso un week-end più lungo d’un giorno, il tenente pilota William Wales si presenterà alla base della Raf di Anglesey, nel Galles, per una serie di missioni con i suoi compagni d'armi del 22.o Squadron 'C' . E Kate lo aspetterà a casa, mettendo in ordine l’album delle foto del matrimonio –perfette, quelle ufficiali- e, magari, scoprendo sulla stampa britannica, che in pettegolezzi è fortissima, tutto quello che vorreste sapere sulla gravidanza di Carlà. Vero o falso che sia.

sabato 30 aprile 2011

Siria: il massacro del venerdì si ripete; scattano sanzioni

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 30/04/2011

Quasi cento civili morti: in Siria, l'ennesimo 'venerdì della collera' contro il regime di Hafez al-Assad si trasforma nell'ennesima strage. E le vittime della repressione superano le 600 in sei settimane. Decine di migliaia di manifestanti hanno di nuovo sfidato il divieto di manifestare senza autorizzazione imposto dal governo. A Deraa, la culla della protesta, città martire della repressione, le forze di sicurezza siriane hanno aperto il fuoco sulla folla che marciava verso il centro. Vi sono stati almeno 83 morti, decine di feriti. A Homs si contano nove civili e tre agenti uccisi.

Cifre ancora parziali, tutte da verificare, di questa primavera siriana. Proteste si sono svolte pure a Damasco, a Banias e a Latakia: testimoni riferiscono di schieramenti di soldati, tiri di lacrimogeni, spari d'arma da fuoco. Secondo fonti ufficiali, a Deraa, all'alba, quattro soldati sarebbero stati uccisi e altri due sequestrati da "terroristi armati". La notizia, contraddetta da fonti della rivolta, indicherebbe una radicalizzazione dello scontro. E, secondo la radio militare israeliana, il generale Assef Shawkat, 'numero due' delle Forze armate siriane, è uscito illeso in un attentato compiuto giovedi’ a Damasco. Citando imprecisate 'fonti arabe', l'emittente israeliana afferma che l'agguato sarebbe avvenuto nella "vecchia sede" del comando delle forze armate siriane. Nell’episodio, sarebbero rimasti feriti l'attentatore e alcune guardie del corpo del generale Shawkat.

Nonostante le molte sollecitazioni, il regime di al-Assad non allenta la pressione sui manifestanti. Ma l'Onu e l'Ue ora reagiscono, mentre il presidente Usa Barak Obama firma le sanzioni contro Damasco, che colpiscono, fra gli altri, il fratello di al-Assad. La violenza della repressione, dopo gli appelli alla moderazione venuti dalla comunita' internazionale, sta finalmente innescando risposte diplomatiche più ferme e meno condiscendenti verso Damasco. Gli Stati dell’Ue sono vicini ad adottare sanzioni, secondo quanto riferito dal segretario generale della diplomazia europea Pierre Vimont. Quella emersa ieri, in una riunione degli ambasciatori dei 27, è pero' solo una «decisione di principio» perchè, per definire misure relative ai visti e al congelamento dei beni, "é necessario redigere una lista delle personalità che saranno soggette alle restrizioni", un lavoro che deve ancora essere fatto.

Anche il Consiglio diritti umani dell'Onu si riunisce in sessione straordinaria a Ginevra per esaminare la situazione in Siria. Convocato su richiesta degli Stati Uniti con l'appoggio di 15 dei 47 Paesi, il Consiglio approva -non all'unanimita'- una risoluzione che condanna il ricorso "alla forza letale da parte delle autorità siriane contro i manifestanti pacifici". L'Onu inviera' d'urgenza una missione d'inchiesta in Siria, per indagare sulle accuse di violazioni di diritti umani. Aprendo i lavori, Kyung-wha Kang, vice alto commissario dell'Onu per i diritti umani, ha denunciato l'uso diffuso di armi contro i manifestanti, l'arresto, la detenzione e la scomparsa di difensori dei diritti umani e giornalisti, la tortura ed i maltrattamenti di detenuti.

venerdì 29 aprile 2011

SPIGOLI: l'Ue accende le sue stelle per il Papa Beato

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 29/04/2011

Per la stampa mondiale, due eventi di questi giorni sono davvero universali: uno è a Londra, il matrimonio di William e Kate (e ce ne libereremo oggi, anche se gli strascichi mediatici minacciano d’essere più lunghi di quello del vestito della sposa); e l’altro è a Roma, la beatificazione domenica di Giovanni Paolo II. A San Pietro, ci tengono a essere in tanti. E l’Unione europea, spesso cosi’ discreta quando deve dire la sua sulle crisi internazionali, schiera quattro ‘star’: il presidente del Consiglio europeo Van Rompuy, il presidente del Parlamento europeo Buzek (un polacco protestante, una mosca bianca), il presidente della Commissione europea e il suo vice Barroso e Tajani. Sembrano lontani i tempi in cui il presidente della Commissione, Jacques Delors, un socialista, ma cattolico, accoglieva Papa Wojtyla a Bruxelles lamentando un’Europa divisa dalla cortina di ferro e schiacciata “sotto gli altari di marmo”. La stampa estera non ha sempre un atteggiamento devoto sulla cerimonia: se la Cnn l’abborda in modo molto convenzionale e Le Monde percorre “i cammini della santità”, la Bbc sceglie un taglio poco genuflesso (e racconta “la politica” vaticana “del fare santi”), il Time s’interroga se non vi sia “un affrettarsi del giudizio” verso la santità del papa polacco, Nouvel Obs esplora un sito di testimonianze sulle guarigioni miracolose operate con l’intercessione dei santi e il Guardian ha un fremito laico sulla reliquia mostrata ai fedeli (il sangue del nuovo beato).

Imigrazione: Ue boccia Italia, Maroni fa Mourinho

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 29/04/2011

Ennesima tegola europea sulla politica d’immigrazione dell’Italia, che non regge proprio l’esame dell’Ue. Con procedura d’urgenza, la Corte di Giustizia europea boccia la norma che prevede il reato di clandestinità e lo punisce con il carcere, perchè contrasta con la direttiva dell’Ue sui rimpatri. La norma non aveva già convinto del tutto la Corte costituzionale, che ne aveva trovato alcuni aspetti discriminatori.

La Commissione europea "accoglie con favore" la sentenza "veloce e chiara" ed è convinta che essa contribuirà a "ridurre l'incertezza giuridica causata in Italia dalla mancata attuazione nei termini previsti della direttiva sui rimpatri". Il governo di Roma, invece, reagisce male: “L’Europa non ci dà una mano neanche oggi e ci complica la vita”, dice il ministro dell’interno Roberto Maroni, quello del “meglio soli che male accompagnati”.

Maroni-Mourinho se la prende con l’arbitro, invece di farsi l’esame di coscienza. Chè, se l’Italia rispettasse le norme dell’Ue e applicasse le direttive nei tempi previsti, nessuno a Bruxelles le complicherebbe la vita. Ma il ministro preferisce raccontare balle, invece che fare pulizia sull’uscio di casa, e si lamenta che l’Europa se la prenda solo con l’Italia. Falso, perchè sono ben 20 su 27 gli Stati dell’Ue finiti sotto torchio per non avere applicato la direttiva sui rimpatri entro il 24 dicembre 2010, come previsto. Solo che molti dei 20 hanno poi risposto alle richieste di chiarimenti, mentre l’Italia non l’ha mai fatto.

E, inoltre, la sentenza di ieri non è stata innescata dalla procedura d’infrazione avviata dalla Commissione, bensi’ dal ricorso di un giudice italiano, che ha chiesto alla Corte di Lussemburgo di vagliare se la norma italiana fosse compatibile con le comunitarie. Il caso portato ai giudici europei è quello di Hassen El Dridi, un algerino condannato a fine 2010 a un anno di reclusione dal tribunale di Trento per non avere rispettato l'ordine di espulsione. Secondo la Corte, "una sanzione penale come quella prevista dalla legislazione italiana può compromettere l'obiettivo di instaurare una politica d’allontanamento e di rimpatrio efficace, nel rispetto dei diritti fondamentali".

La sentenza è destinata a fare giurisprudenza a livelloeuropeo: potrà essere applicata pure negli altri 11 casi italiani analoghi pendenti a Lussemburgo e, se necessario, anche dai tribunali di altri Paesi Ue. Gli Stati membri - si legge nella sentenza - "non possono introdurre, al fine di ovviare all'insuccesso delle misure coercitive adottate per procedere all'allontanamento coattivo, una pena detentiva, come quella prevista dalla normativa italiana in discussione, solo perché un cittadino di un Paese terzo, dopo che gli è stato notificato l’ordine di lasciare il territorio nazionale e dopo che il termine stabilito è scaduto3, non se ne va e “permane in maniera irregolare". Il reato di clandestinità per gli immigrati irregolari è stato introdotto nell'ordinamento italiano nel 2009, nell'ambito del cosiddetto 'pacchetto sicurezza'.

D’ora in poi, dunque, i giudici italiani, responsabili del rispetto del diritto dell'Unione, "dovranno disapplicare ogni disposizione nazionale contraria alla direttiva - segnatamente, la disposizione che prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni - e tenere conto del principio dell'applicazione retroattiva della pena più mite, che fa parte delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri".

Maroni-Mourinho, in realtà, non accetta il verdetto e già pensa a complicarci la vita: “Mi riservo di valutare le conseguenze di questa sentenza e di vedere come porvi rimedio”; quando lui e il suo collega della Giustizia Angelino Alfano dovrebbero piuttosto preoccuparsi che sia rispettata. Il ministro leghista teme un colpo di freno alle espulsioni, cui tiene molto: il giudizio europeo –afferma- “trasforma le espulsioni in una semplice intimidazione ad abbandonare l’Italia entro sette giorni e rende assolutamente inefficace il contrasto all’immigrazione clandestina”. Invece, l’Italia “vuole continuare con le espulsioni, che, con la Tunisia, funzionano bene: sono già oltre 600 i tunisini rimpatriati dal 5 aprile e questo fa anche da deterrente”.

Quel che Maroni non dice è che le espulsioni verso la Tunisia, stile ‘prendi e porta subito a casa”, sono un’altra cosa. Ma i leghisti, alle mistificazioni sull’Europa, ci sono abituati: il governatore del Veneto Luca Zaia s’indigna perchè la sentenza cancella “una legge votata da un Parlamento sovrano” –come se le direttive europee non le avessero approvate Governi sovrani e l’Assemblea di Strasburgo-. E non conta che il verdetto di Lussemburgo fosse dato per scontato dagli uomini di legge italiani e dalle organizzazioni internazionali che si occupano di rifugiati e immigrati.

Monsignor Marchetto, l’ex responsabile del Vaticano per i migranti, vuole il ritiro della legge. E l’opposizione parla di sconfitta, débacle, waterloo. Mentre la stampa internazionale ancora s’interroga sulle conclusioni del vertice italo-francese di lunedi’ scorso, quando Bverlusconi ha messo la sua firma accanto a quella di Sarkozy su una lettera alle istituzioni comunitarie che tutela solo gli interessi francesi. Le Monde ci ha pensato su bene e poi ha concluso che “le speranza italiane sono andate deluse” e le “esigenze italiane sono state disattese”. Su un punto, tutti d’accordo: Sarko’ e Mr B hanno giocato la carta anti-europeista, hanno dato –il giudizio è di David Sassoli e Catherine Trautmann, eurodeputati del gruppo S&D- una risposta a corto termine e pericolosa a una situazione seria”.

giovedì 28 aprile 2011

Libia: bombe e balle, stare col Colle e lasciarli nelle beghe

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 28/04/2011

Una linea, se ce l’hai la tieni. In politica estera, e magari non solo. E non la cambi correndo dietro alle incertezze degli interlocutori, banderuole al vento del Nord, e alla convenienza del momento, che è pure difficile da cogliere. La priorità è centrare l’obiettivo che ci si è dati: nel caso della Libia, stare con il popolo contro il tiranno e stare con la comunità internazionale, che avalla all’Onu il ricorso alla forza per ridurre le sofferenze dei civili. E, allora, la linea è quella espressa dal presidente Napolitano, che non si pone il problema di mettere il dito tra Berlusconi e Bossi, ma si preoccupa, piuttosto, che l’Italia sia protagonista dell’azione internazionale, senza atteggiamenti da ‘furbetti dei quartierino’. Certo, la linea dell’Onu sulla Libia suscita dubbi, è discutibile: con il popolo per proteggerlo, anche con le armi, dal dittatore, ma senza agire per rovesciare il dittatore. e con il popolo libico, ma non con il popolo siriano, per un calcolo da ‘real politik’. C’è il richiamo della linea pacifista, mai la violenza. E c’è quello dell’interventismo umanitario, guerra continua per affermare i diritti umani. Tutte scelte che hanno loro ragioni e sono difendibili. Tutte, meno quella di correre dietro le beghe del governo e della Lega, che alla fine perdi comunque, battuto al voto e messo alla berlina sulla coerenza: dai dei ‘quacquaracqua’ agli altri, che manco chiamano i bombardamenti con il loro nome, ma lo sei pure tu.

mercoledì 27 aprile 2011

Immigrazione: Mr B / Sarko, pace sulle rovine di Schengen

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 27/04/2011

Italia e Francia cercano di porre uno stop ai contrasti che da mesi le scuotono, nel segno della crisi del ‘berluskozismo’ un anno fa imperante. Ma per una polemica che si smorza -l'immigrazione, oppure la Libia-, altre s'accendono o si riaccendono -il nucleare, Parmalat-. Il Vertice a Roma vorrebbe essere all'insegna del 'volemose bene': il clima e' "positivo", ma non caloroso. Il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi e il presidente francese Nicolas Sarkozy, scortati entrambi da un codazzo di ministri, ostentano fiducia e intesa. Però, nella conferenza stampa, il linguaggio del corpo del Cavaliere tradisce un certo disagio. E ci scappa pure un lapsus, quando Mr B evoca John Kerry, invece di John McCain, come inviato di Obama a Bengasi. Sarkò, invece, è cortese e preciso, quando sciorina i meriti di Mario Draghi, governatore di BankItalia e candidato ora pure francese alla presidenza della Bce.

Dopo settimane di contrasti fra Roma e Parigi, specie su come trattare gli immigrati della Tunisia, il Vertice si svolge il giorno dopo la decisione dell'Italia di partecipare più attivamente alle missioni d'attacco della Nato sulla Libia -all’inizio del conflitto, la Francia non voleva lasciarne la guida all’Alleanza-. L'avallo del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che parla di "naturale sviluppo" della missione in corso con l'autorizzazione dell'Onu, e la soddisfazione espressa con malizia da Sarkozy, che ricorda l'intensità dei rapporti in passato tra Italia e Libia, non mettono Berlusconi al riparo dagli strali della Lega.

Il premier insiste più volte che i Tornado italiani non compiranno bombardamenti, ma azioni mirate esclusivamente e solo contro obiettivi militari -il distinguo e' sottile perchè sempre di sparare missili si tratta-. E il ministro della difesa Ignazio La Russa sostiene che nulla e' cambiato perche' -spiega- i nostri aerei sono sempre stati pronti a tirare contro i radar libici, anche se -precisa- non l'hanno mai fatto perchè i radar, quando loro erano in missione, sono rimasti spenti. E se l’Italia non prenderà parte “a raid su città” -dice La Russa-, Sarkozy ribadisce che la Francia non invierà in Libia truppe di terra. I due leader hanno pure una parola per la Siria, dove il regime continua a usare la violenza contro i manifestanti: “Damasco fermi la repressione”. E Italia e Francia sono d’accordo sul fatto che le armi non bastino a consolidare la libertà in Libia e ovunque nel Sud del Mediterraneo c’è fermento: ci vuole più cooperazione.

Un modo, la cooperazione, per attenuare il flusso di migranti dalla Tunisia e di rifugiati dalle zone di guerra e di oppressione. Roma e Parigi, che da giorni giocano a ping-pong con i tunisini alla frontiera di Ventimiglia, si scoprono in sintonia: gli accordi di Schengen sulla libertà di circolazione nell’Ue vanno riformati. Berlusconi e Sarkozy scrivono una lettera a doppia firma al presidente della Commissione europea José Manuel Durao Barroso, proponendo alcune modifiche: i ministri dell’interno dei 27 ne parleranno a Bruxelles il 12 maggio.

L'idea che riconcilia Roma e Parigi e' rafforzare i controlli alle frontiere interne dell'Ue. "Vogliamo disporre di strumenti per garantire i confini dello spazio Schengen", dice Sarkozy. E Berlusconi aggiunge: "In circostanze eccezionali, crediamo entrambi che gli accordi debbano potere essere modificati e vogliamo lavorarci insieme". Nella lettera a Barroso, inviata pure al Consiglio dei Ministri dell'Ue, si chiede di prevedere le circostanze in cui le frontiere interne europee potranno essere tremporaneamente chiuse e si sollecita un rafforzamento di Frontex, l'Agenzia europea di sorveglianza delle frontiere esterne. Ruolo di Frontex a parte, non e' chiaro come l'iniziativa congiunta odierna possa incidere sulla pressione degli sbarchi dalla Tunisia. Ma tanto basta a tacitare le polemiche e a innescare, tra i due leader, una gara a chi elogia di più l'altrui Paese.

In realtà, il Vertice si apre sotto un doppio cattivo presagio. La Lactalis riapre la ferita del tentativo d’acquisizione della Parmalat, lanciando un’Opa sull’azienda italiana “per farne -spiega- un gruppo di riferimento mondiale con sede e testa in Italia” (Berlusconi abbozza, “non credo sia un gesto ostile”; Sarkozy va a nozze, “siamo tutti per il libero mercato”). E l’anniversario di Cernobyl riacuisce le differenze sul nucleare, che la Francia cavalca e l’Italia frena (ma il premier rivela che è solo una manovra per lasciare stemperare le paure della gente -e gli scoppia il putiferio in casa-).

E’ chiara la volontà di sotterrare l’ascia di guerra, almeno per il tempo del Vertice. E Sarkozy offre, senza essere sollecitato, il suo regalo a Berlusconi: la Francia, dice, appoggia Draghi alla Bce, “Siamo molto felici di sostenere il candidato italiano, una persona di grande qualità”. E questa pare fatta, se la cancelliera tedesca Angela Merkel non s’impunta.