P R O S S I M A M E N T E

Buone Feste - Sereno Natale - Un 2017 Migliore - Buone Feste - Sereno Natale - Un 2017 Migliore - Buone Feste - Sereno Natale - Un 2017 Migliore

venerdì 27 marzo 2015

Yemen: una polveriera, prove di guerra tra sciiti e sunniti

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 27/03/2015

Il presidente Hadi, un sunnita, in fuga via mare su un’imbarcazione; i ribelli Houthi, sciiti, sostenuti da truppe fedeli all’ex presidente Saleh, in marcia su Aden, dopo avere conquistato una base aerea Usa abbandonata; gli aerei sauditi che bombardano le postazioni degli insorti; il presidente Obama che assicura supporto d’intelligence e logistico alla coalizione araba guidata da Riad; Teheran, e Damasco, che denunciano l’aggressione saudita e americana e ne chiedono l’immediato stop.

Il conflitto nello Yemen precipita e si allarga pericolosamente, rischiando di compromettere –ma Washington non vorrebbe– pure i negoziati sul programma nucleare iraniano, giunti quasi in porto. Quello che finora appariva come un capitolo locale del grande scontro in atto nella Regione tra sciiti e sunniti si rivela un tassello di quella Terza Guerra Mondiale di cui ha recentemente parlato Papa Francesco.

Il presidente legittimo Abd Rabbo Mansour Hadi, sul cui capo i ribelli sciiti hanno posto una taglia di 100 mila dollari –una cifra apparentemente irrisoria, ma in questo Paese di 20 milioni d’abitanti la metà vive sotto la soglia della povertà-, è giunto ieri sera a Riad, dopo essere precipitosamente scappato da Aden con l’aiuto dei sauditi, davanti all'avanzata degli Houthi, che, partendo da Sanaa, la capitale, presa in gennaio, conducono un’offensiva verso Sud, innescata dagli attentati terroristici con centinaia di vittime della settimana scorsa.

Nella loro avanzata, gli Houthi hanno preso la base aerea di Al Annad, 60 chilometri da Aden, evacuata dai militari americani e britannici che di qui conducevano la campagna di bombardamenti con i droni dei santuari di Al Qaida nel Paese. Nella vicina Lahj, i ribelli hanno catturato il ministro della Difesa, generale Mahmud al Subaihi.

Proclamata capitale temporanea dal presidente Hadi, Aden, un porto nel Sud, sul golfo omonimo, è ora teatro –riferiscono testimoni- di scontri tra le milizie sciite, che hanno l’appoggio dell’Iran, e unità dei Comitati popolari, formazioni locali fedele al presidente. I ribelli hanno anche compiuto incursioni aeree sul compound presidenziale e sulle guardie che lo difendono. Si ignora il bilancio dei bombardamenti e dei combattimenti.

A questo punto, dopo che Stati Uniti e Gran Bretagna avevano ritirato dall’area tutto il loro personale militare, abbandonando i materiali e gli armamenti, l'Arabia Saudita è intervenuta: “Faremo di tutto –ha detto l’ambasciatore di Riad a Washington Adel al-Jubeir- per proteggere il popolo yemenita e il governo legittimo”.  I sauditi, che aveva già rafforzato il dispositivo di truppe e mezzi lungo il confine, hanno condotto a più riprese raid aerei contro le forze ribelli. Uno scenario in fondo già visto in queste settimane nel Grande Medio Oriente, con i raid egiziani in Libia contro le milizie jihadiste alla Sirte e a Derna: non a caso, Il Cairo ha dato il suo avallo all’operato di Riad.

La situazione è precipitata prima del vertice della Lega Araba a Sharm el Sheikh sabato e domenica. Arabia saudita, Emirati, Bahrein e Qatar hanno diffuso un comunicato congiunto in cui affermano di "avere deciso di contrastare nello Yemen le milizie Houthi, al Qaida e lo Sato islamico". Ai Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo, s’è poi aggiunta la Giordania.

Nel tentativo di dare una qualche legittimità all’intervento esterno, Hadi aveva rivolto una richiesta di aiuto al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, sollecitando un sostegno di fronte alla ribellione. Vano, in questo contesto, l’appello dell’Alto Rappresentante dell'Ue per la politica estera e di difesa Federica Mogherini perché gli "attori della regione" agiscano in modo "responsabile e non unilaterale".

La situazione nello Yemen è incandescente da settembre, quando gli Houthi, sostenuti fin dal 2004 da Teheran con equipaggiamenti e finanziamenti, s’impadronirono della capitale Sanaa, dissolsero il Parlamento e misero agli arresti il presidente, poi riuscito a fuggire ad Aden, da dove cercava d’organizzare una resistenza con il sostegno di clan tribali sunniti e di parte delle forze armate – un’altra parte è rimasta fedele all’ex presidente Saleh, sciita-.

In un articolo su AffarInternazionali.it, il generale Giuseppe Cucchi nota che la metà degli yemeniti sono sciita zayditi e che gli houti, che li rappresentano, dispongono di circa centomila combattenti. L’intervento saudita o internazionale non potrebbe configurarsi come un’ "operazione chirurgica". Ma l’Occidente –scrive il generale- deve uscire dalle sue contraddizioni: blandire l’Iran, ritenendolo indispensabile per combattere il Califfato, e nel contempo “lasciare via libera nella penisola arabica, per ragioni di opportunità energetica, a chi vuole ripulire rapidamente da ogni presenza sciita quello che considera come il proprio cortile”.

Nessun commento:

Posta un commento