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mercoledì 3 luglio 2013

Datagate: Snowden incassa una raffica di no all'asilo

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Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 03/07/2013

Al decimo giorno di soggiorno obbligato nell’area transiti dell’aeroporto Sheremetyevo, il caso Snowden diventa un caso italiano. Nella raffica di richieste d’asilo che la talpa del Datagate spedisce a 21 Paesi, un fax arriva pure alla Farnesina. Che s’affretta a rilevarne un’anomalia, perché  - spiega - la procedura prevede che il richiedente si trovi sul territorio del Paese cui si rivolge. Il che rende formalmente nulli tutti i passi di Snowden, perché lui è in una sorta di limbo extra-territoriale.

Messi in chiaro i difetti di procedura, la Farnesina dice che il governo ''sta valutando la situazione e si pronuncerà molto presto”, entro oggi, dopo un rapporto del ministro degli esteri Emma Bonino alle commissioni Esteri di Camera e Senato. Il presidente del Copasir Giacomo Stucchi esclude passaggi di informazione dall’Italia agli Usa ed è convinto che “la domanda di Snowden difficilmente verrà accolta”, mentre il ministro della difesa Mauro evidenzia qualche divisione nell’Esecutivo con una forte censura agli Stati Uniti.

Ma l’M5S mette i bastoni fra le ruote e annuncia una mozione per concedere l’asilo a Snowden, impegnando il governo ad accettare “la richiesta inoltrata dall’Ambasciata di Russia in Italia”. I deputati ‘5 Stelle’ vogliono “esprimere solidarietà non solo formale a un personaggio che, come Assange, rischiando pesanti ripercussioni a livello penale, ha preferito rivelare inquietanti scenari sull’uso che gli Usa fanno di Internet”.

Al Parlamento europeo in sessione plenaria, vanno in scena ira e indignazione, ma pure ipocrisia e autolesionismo, dopo le affermazioni di Snowden, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero spiato  anche l'Unione europea e le ambasciate di alcuni dei 28. Una risoluzione sul tema andrà al voto domani. Intanto, la commissione Libertà civili dell’Assemblea istituisce un gruppo d'inchiesta.

L'idea di fare slittare le trattative sulla creazione di un'area di libero scambio transatlantica trova l'appoggio dei gruppi politici parlamentari europei. ''L'Unione europea non è il nemico", afferma il presidente del Parlamento Schulz, che parla d’un "colpo alla fiducia delle relazioni Ue-Usa". L’eurodeputato italiano Andrea Zanoni sporge una denuncia al tribunale di Treviso, denunciando ''i responsabili'' – da individuare - delle intercettazioni ed invitando Obama a Strasburgo per ''rendere conto di quello che viene imputato ai servizi segreti americani''. 

Mentre a Strasburgo si discute, a Mosca Snowden rinuncia a insistere per l’asilo in Russia, dopo che Putin aveva condizionato l’esame della richiesta all’abbandono di ogni attività contro gli Usa, e fa la conta dei no: Germania, Olanda, Polonia, India, Brasile, gli rifiutano l’asilo; Austria, Finlandia, Norvegia e Spagna, come l’Italia, confermano la ricezione della domanda, ma ne rilevano le carenze formali. Francia e Svizzera negano di averla ricevuta.


Fra i sì ancora possibili, restano il Venezuela, che però non si espone, l’Ecuador, che non si chiama del tutto fuori, ma nicchia, e la Bolivia, che è l’unica a farsi avanti. In una dichiarazione sul sito di Wikileaks, Snowden accusa Obama di “esercitare pressioni –tramite il vice Biden - sui leader dei Paesi” che potrebbero ospitarlo. E dire che gli Stati Uniti lo accoglierebbero a braccia aperte e gli spalancherebbero, oltre alle frontiere, le patrie galere.

martedì 2 luglio 2013

Datagate: Usa spia Ue? Rischio di ritorsioni autolesionistiche

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 02/07/2013

Gli europei sono furiosi. Ve ne sono che, acciecati dall’ira, minacciano di fare saltare i negoziati appena avviati per una zona di libero scambio transatlantica. Che è un po’ come la storia del marito che, per fare dispetto alla moglie… Beh, è vecchia, la sapete… Perché, l’Unione europea rappresentava, nel 2012, oltre il 33% del commercio mondiale, un terzo circa, mentre gli Stati Uniti ne rappresentavano meno dell’11%. Negli anni della crisi, l’Ue ha perso 5 punti e gli Usa sono rimasti stabili, ma l’Europa resta una potenza commerciale superiore all’America e, quindi, salvo svarioni negoziali, ha più vantaggi da trarre dalla riduzione delle barriere.

Del resto, le reazioni europee più accorte allo shock della rivelazione di quello che tutti, in fondo, sapevano, e che cioè l’intelligence statunitense spia ad alzo zero e a 360 gradi, o quanto meno prova a farlo, sono virulente nei toni e aspre nelle parole, ma hanno basso impatto nella sostanza.

La Commissione europea intima “Trasparenza”. E, aprendo la plenaria a Strasburgo, il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz giudica “inaccettabile” che l’Ue sia trattata come chi minaccia di terrorismo gli Usa. La Francia intima agli Stati Uniti di smetterla subito di spiare l’Unione europea. La Germania dice che, se l’hanno fatto, si sono comportati da Guerra Fredda e che ora bisogna ricostruire la fiducia.

Il presidente Napolitano, che in Croazia celebra i fasti dell’ingresso nell’Ue del Paese balcanico, misura più di altri il giudizio: “E’ una questione spinosa”, che deve trovare “risposte soddisfacenti”. Il premier Letta, da Gerusalemme, esprime fiducia in Obama e certezza che l’Italia, come l’Ue, riceveranno tutti i chiarimenti. E il ministro degli esteri Bonino conferma che sono stati chiesti.

Se queste sono le reazioni europee, gli americani non devono perderci il sonno. Se il presidente Obama promette che tutti i chiarimenti sollecitati saranno forniti “in modo appropriato”, cioè tramite i canali diplomatici, il segretario di Stato John Kerry definisce “usuale” l’atteggiamento degli Stati Uniti: “la ricerca di dati è consueta”. Che, tradotto, vuole dire che “spiare è normale”.

Obama e Putin affidano la soluzione dei contrasti bilaterali alle rispettive intelligence, che, poi, sono quelle che meno drammatizzano il problema, perché per loro sì spiare è normale.

Chi se la passa meno bene, ora, è la talpa del Datagate: Edward Snowden, costretto da otto giorni nella zona transiti dell’aeroporto Sheremetyevo, vede la sua situazione confondersi e deteriorarsi. Bloccato lì, senza passaporto, ché gli Stati Uniti glielo hanno annullato, e senza asilo, ché l’Ecuador s’è un po’ tirato indietro, Snowden ha chiesto d’un colpo solo asilo politico in 15 Paesi, Russia compresa, consegnando la lista al ministero degli esteri di Mosca. Lo riferisce il Los Angeles Times, secondo cui il passo appare “una mossa disperata dopo il no dell’Ecuador”.

Putin non pare avere Snowden in simpatia. Ma ripete che la Russia non lo consegnerà, che la ‘talpa’ non è un agente russo e che i servizi russi non stanno lavorando con lui; e apre uno spiraglio quando dice se vuole stare restare in Russia l’ex analista dell’intelligence deve “cessare il suo lavoro volto a danneggiare i nostri partner americani”. Lo svolgimento a Mosca di un Forum di Paesi esportatori di gas crea la voce che Snowden possa andarsene con il presidente del Venezuela Maduro.

Il Datagate non distrae Obama, che è in Africa, dalle sue priorità: in Tanzania, presenta un piano da 10 milioni di dollari per contrastare il contrabbando di animali protetti, specie elefanti e rinoceronti, un mercato illegale tra i 7 e i 10 miliardi di dollari l’anno. Dunque, per salvare specie in pericolo, la Casa Bianca è pronta a spendere la metà di quanto spende ogni anno per spiare gli europei e tutti gli altri.

lunedì 1 luglio 2013

Datagate: Usa spia Ue? Il coro greco delle reazioni europee

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 01/07/2013

Da parte europea, è un coro greco: i leader delle istituzioni dell’Unione e i capi delle diplomazie degli ormai 28, con l’ingresso da oggi della Croazia nell’Ue, esigono “spiegazioni” sul programma di spionaggio americano che avrebbe tenuto sotto controllo l’Europa e milioni di suoi cittadini.  E molti minacciano conseguenze, anche sulla trattativa, appena lanciata in pompa magna al G8 nell’Ulster il 18 giugno, per una zona di libero scambio transatlantica. “Fra partner, non ci si spia”, dice Viviane Reding, responsabile della giustizia, una delle lingue più sciolte della Commissione di Bruxelles.

Il coro è la replica alle rivelazioni del settimanale tedesco Der Spiegel, che, basandosi su documenti della talpa del Datagate Edward Snowden, afferma che Prism, il programma di spionaggio dell’Agenzia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, aveva fra gli obiettivi anche l’Unione europea. E, in Germania, il tema accende la campagna elettorale, con l’opposizione socialdemocratica che mette sotto attacco la cancelliera Merkel e la sua coalizione.

La cascata di rivelazioni espone a infortuni pure le talpe. Snowden continua ad essere confinato, ormai da una settimana, nell’area ‘transiti’ dell’aeroporto Sheremetyevo di Mosca: gli Usa lo reclamano, la Russia vorrebbe toglierselo di torno, l’Ecuador non s’affanna mica per accoglierlo. L’ex analista dell’intelligence americana avrebbe ancora in serbo, secondo Julian Assange, fondatore di Wikileaks, “nuove rivelazioni”.

Ma un suo emulo, Wayne Madsen, mette in difficoltà The Guardian, che prima ne pubblica la storia secondo cui sette Paesi europei, fra cui l’Italia, avrebbe fornito dati e informazioni agli Stati Uniti, poi se la rimangia perché –spiega- “la fonte non è attendibile”. Madsen è un personaggio che coltiva le teorie del complotto e che avrebbe pure diffuso voci sulla presunta omosessualità del presidente Obama.

Dopo essere stato nella US Navy, Madsen lavora per 12 anni alla Nsa ricoprendo vari ruoli; poi, si dedica al giornalismo investigativo e pubblica diversi libri. The Guardian riprende –e poi se ne pente- un'intervista al blog PrivacySurgeon.org: Madsen vi esprime rabbia per l'ipocrisia della Nsa su Snowden, braccato –afferma- per avere detto quanto il direttore dell’Agenzia Keith Alexander avrebbe già rivelato in cinque successivi incontri della Bilderberg Conference.

Il fatto è che le dichiarazioni di Madsen, e molte di quelle di Snowden, non sono vere e proprie rivelazioni, ma piuttosto riepiloghi di situazioni già note e di programmi di cooperazione spesso figli del clima da guerra al terrorismo post 11 Settembre 2001, quando scambi d’informazioni, collaborazioni fino alle ‘renditions’ e sequestri tipo Abu Omar erano all’ordine del giorno. Iniziative che lasciano in giro migliaia di ‘contractors’ capaci di denunciare, per profitto o magari per sussulti d’idealismo, le agenzie d’intelligence di mezzo mondo.

Stupisce, piuttosto, lo sciorinio di candore delle reazioni europee, come se capi di Stato o di governo e ministri degli esteri non fossero al corrente dei patti intercorsi. Gli 007 italiani negano che l'Italia passi dati personali agli Stati Uniti e ammettono una collaborazione anti-terrorismo non basata sulla consegna d’informazioni personali. Franco Frattini, ex commissario alla giustizia dell’Ue ed ex ministro degli esteri, dichiara “impossibile” che dati personali siano stati passati dall’Italia agli Usa: si tratta "solo di collaborazione per prevenzione e investigazione antiterrorismo".

In questo senso, fu più seria la reazione del Congresso di Washington alle prime sortite di Snowden: “E’ vero, lo abbiamo sempre saputo” (e avallato). Del resto, Prism, che colleziona dati dai maggiori colossi internet, costa 20 milioni di dollari l'anno - afferma il Washington Post -. Microsoft vi aderì nel 2007, Apple per ultima nel 2012.

domenica 30 giugno 2013

Datagate: Usa spia Ue?, allora contiamo qualcosa

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Scritto per il blog de Il Fatto il 30/06/2013

La stampa italiana, e in genere quella europea, danno oggi molto rilievo, spesso in prima pagina, all’ennesimo capitolo delle rivelazioni della talpa del Datagate Edward Snowden, secondo cui – riferisce per primo Der Spiegel - gli Stati Uniti, tramite la National Security Agency, avrebbero spiato per anni, oltre a Russia, Cina e tutti i nemici possibili, i Paesi dell’Unione europea, che sono loro alleati –moltissimi fanno pure parte dell’Alleanza atlantica-.

Anche Il Fatto riferisce la notizia, insieme al particolare che – sempre fonte Snowden, ma stavolta via The Guardian- sette Paesi fra cui l’Italia avrebbero favorito l’operazione di spionaggio, fornendo segretamente dati delle comunicazioni telefoniche e su internet ogni volta che Washington li chiedeva. L’Italia - scriveva ieri il giornale britannico, ma le informazioni sono state oggi smentite - era al terzo livello di affidabilità, come Germania e Francia: non male, viene da sorridere, non ci capita spesso di tenere lo standard dei Grandi dell’Unione.

Un documento dell’Nsa del 2010 definisce l’Ue “un obiettivo”: le sedi delle istituzioni comunitarie, a Bruxelles e altrove, e i diplomatici europei a Washington e presso l’Onu di New York sarebbero stati intercettati.

Le notizie sono spesso corredate da commenti volta a volta sorpresi, irritati o scandalizzati. Facendo le veci di Lady Ashton, il ‘ministro degli esteri’ dell’Ue, che non ha la vocazione alla tempestività, né il dono dell’incisività, Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, socialdemocratico, tedesco, dice: “Se è vero, è un enorme scandalo, su cui gli Usa devono dare immediate spiegazioni”. E Schulz, in campagna per ottenere la presidenza, l’anno prossimo, della Commissione europea, aggiunge: “Se è vero, incrinerebbe gravemente le relazioni con l’Ue e avrebbe serie conseguenze sulle future relazioni” transatlantiche.

Sinceramente, non riesco a condividere la sorpresa e neppure lo scandalo. Anzi, se gli Stati Uniti spiano tutti, a cominciare da se stessi, in un Mondo dove tutti spiano tutti, come racconta Snowden, mi dà quasi un senso di sollievo e persino una punta d’orgoglio, sapere che spiavano pure l’Ue: allora, vuol dire che l’Europa conta qualcosa; o, almeno, che l’America lo pensa; oppure, non si fidano di noi, siamo meno ‘bulgari’ di quanto non ci sentiamo.

Un bel ricostituente, per il nostro perenne senso di crisi, d’irrilevanza, d’impotenza: Washington tiene a carpire a Bruxelles i segreti dei nostri estenuanti negoziati spesso inconcludenti. Certo, potrebbe pure essere l’ennesima cantonata dell’intelligence statunitense: ci credono quel che non siamo più –una potenza- o non siamo ancora –un’Unione-. A forza d’intercettare a destra e a manca, gli Usa perdono la bussola e confondono l’Ue con l’Asse del Male.

venerdì 28 giugno 2013

Italia/Ue: Vertice; lavoro e giovani, pochi soldi, tanti salmi

Scritto per EurActiv il 28/06/2013

E’ finito in gloria. Come tutti i salmi europei, quando la parola d’ordine è ‘quieta non movere’, oppure –più volgarmente- “non disturbare il manovratore”. Che, come spesso avviene, è ancora Angela Merkel: la cancelliera tedesca ha il pensiero fisso alle elezioni politiche del 22 settembre ed è quindi disposta a barattare una tregua europea con qualche –modesta- concessione su crescita e lavoro dei giovani, che pure al paese suo sono priorità condivisibili. Se invece i partner cercassero di metterla alle corde, dovrebbe chiudersi in clinch e nessuno porterebbe a casa nulla, ma tutti dovrebbero fare la voce grossa e litigarsi addosso.

Così, il Consiglio europeo ri-supera lo scoglio dell’intesa sul bilancio Ue pluriennale 2014-2020, che pareva cosa fatta lo scorso febbraio, e accetta di concentrare nel primo biennio sei miliardi di euro per l’occupazione giovanile, ipotizzando un aumento del fondo a nove miliardi. L’Italia è soddisfatta: ne attende un beneficio inizialmente calcolato in 700 milioni di euro massimo, che, però, il premier Letta raddoppia nelle successive stime a un milione e mezzo.

E pazienza se, nelle pieghe delle conclusioni, l’aumento della capacità di investimento della Bei, cui sono affidate le speranze di un volano di investimenti per le Pmi, venga ridotta: dopo l’aumento di capitale di 10 miliardi di euro già deciso, doveva aumentare “del 50% sin dal 2013”, ma aumenterà, invece, “di almeno il 40% nel periodo 2013-2015”.

La seconda e ultima giornata del Vertice europeo è quasi una formalità: inizia meglio della prima, constata, al suo arrivo al Justus-Lipsius, il premier Letta, perché le gatte sono già state tutte pelate. Così, i leader danno il benvenuto alla Croazia, che dal 1.o giugno sarà il 28.o Stato dell’Unione, e mettono il timbro sull’ingresso della Lettonia nell’euro il 1.o gennaio 2014 –e fanno 18-; danno l’ok all’avvio di negoziati per l’adesione della Serbia l’anno prossimo ; prendono atto dei progressi fatti la vigilia dall’Ecofin verso l’Unione bancaria; e, da ultimo, benedicono la chiusura della procedura di deficit contro l’Italia per deficit eccessivo  e formalizzano tutte le raccomandazioni del cosiddetto Semestre europeo.

A fine Vertice, il più positivo è proprio Letta. Il premier britannico David Cameron è soddisfatto d’avere salvaguardato il suo sconto sul contributo britannico al bilancio Ue. Il presidente francese François Hollande chiede alla Bei di prestare alle Pmi –non solo a quelle in salute, ma pure a quelle in difficoltà- e al contempo di mantenere il suo rating di eccellenza a tripla A (se avvertite lo stridio d’una contraddizione, non vi sbagliate). La cancelliera Merkel invita a non alimentare nei giovani false attese per il loro lavoro, perché a tutti non lo si può garantire, e invoca creatività per affrontare il problema; e, intanto sollecita “più coerenza in zona euro”, una frase che suona richiamo al rigore.

Quanto ai progressi nell’integrazione, e al rafforzamento della governance economica di cui tanto si parla, Hollande precisa che avanzare va bene, purché nell’ambito dei Trattati esistenti. Anche qui, prudenza e cautela. Se non accade nulla di imprevisto e di malaugurato, ci si rivede in autunno. Dopo le elezioni tedesche. E scommettiamo che più d’uno, in privato, ché in pubblico non si fa, avrà fatto con le dovute formule gli auguri alla cancelliera: torna, Angela, e ricordati che siamo stati gentili con te.

giovedì 27 giugno 2013

Italia/Ue: Vertice europeo; crescita e lavoro, tanto rumore per poco

Scritto per il blog de Il Fatto e, in altra versione, per EurActiv il 27/06/2013

Da questa mattina, sento alla radio, vedo in tv, leggo sui giornali e sui siti titoli che esaltano “l’importanza” del Vertice europeo di Bruxelles oggi e domani. Sinceramente, non capisco. E, avendo sotto gli occhi la bozza delle conclusioni, capisco ancor meno.

Per carità, è “importante” che i capi di Stato e di governo dei 28 – c’è pure la Croazia, che entrerà nell’Ue il 1.o luglio - riconoscano l’ “importanza” della crescita e dell’occupazione, specie giovanile, senza per altro disconoscere i peana al rigore finora innalzati.

Ed è pure significativo che l’Italia arrivi al Vertice avendo già fatto, su questi temi, qualche compituccio a casa, con le decisioni di ieri del Consiglio dei Ministri.

Ma, prima dell’ennesimo “importante”, leggiamo le cifre e facciamoci qualche pensierino. Intanto, il Vertice deve ancora tornare sulla dotazione del bilancio Ue 2014-2020, perché l’accordo fra i capi di Stato e di governo dello scorso febbraio non è stato ancora perfezionato. Anzi, l’Assemblea di Strasburgo ha appena rimesso in discussione l’intesa finale.

Nelle ore immediatamente precedenti il Consiglio europeo, governi e deputati hanno trovato quello che viene definito “un accordo politico”. E l’Ecofin ha trovato l’intesa su un aspetto significativo dell’Unione bancaria, che cosa fare in caso di fallimenti di istituti di credito. Due passi avanti che, in un tweet, il premier Letta considera “buoni auspici” per il Consiglio europeo.

Diamo, dunque, per scontato che l’Ue avrà un bilancio per il 2014 e gli anni a venire. I leader, oggi e domani, per la crescita e per l’occupazione, non stanzieranno nulla più di quanto già previsto: fronte crescita, c’è da fare fruttare i 10 miliardi di una recente ricapitalizzazione della Banca europea degli investimenti; fonte occupazione giovanile, ci sono 6 miliardi di euro dei fondi di coesione in 7 anni e per 28 Paesi e c’è l’idea è di accelerarne l’utilizzo nel biennio 2014-2015 e di finanziare, poi, ulteriori interventi con i fondi di bottiglia dei fondi non utilizzati anno per anno. Quel che ha fatto, del resto, l’Italia per i suoi interventi per l’occupazione giovanile, puntando ad utilizzare fondi Ue che, altrimenti, a fine anno, avrebbe perduto.

Ora, 6 miliardi in 7 anni per 28 Paesi: si vede ad occhio che, in cifre assolute, non sono granché (all’Italia potrebbero toccarne 500 milioni di euro). Ed anche in percentuale sono poca cosa: poiché il bilancio Ue pluriennale 2014-2020 sarà un po’ al di sotto di mille miliardi di euro, 6 miliardi ne rappresentano lo 0,6%; e siccome il bilancio Ue rappresenta l’1% circa del Pil Ue, siamo allo 0,6% dell’1%.

Insomma, una priorità a basso prezzo per i leader Ue. Se poi volessimo intristirci facendo confronti, ad esempio, con gli sprechi operati in alcuni settori, la nostra sensazione di una priorità ‘in saldo’ sarebbe ulteriormente rafforzata. Oggi, in un serissimo convegno al Centro Alti Studi per la Difesa, due Istituti certo non sovversivi, lo IAI e il CSF, hanno presentato loro stime secondo cui l’assenza di una politica della difesa europea comune costa tra i 100 e i 120 miliardi di euro l’anno in sprechi e duplicazioni e produce inefficienza: quasi il bilancio dell’Unione di un anno, venti volte più di quanto l’Ue spenderà in sette anni per l’occupazione giovanile.

Ecco! Allora riserviamo l’aggettivo “importante” e i suoi succedanei a Vertici i cui risultati saranno davvero significativi per l’integrazione e per l’occupazione. E contentiamoci, senza però menarne vanto, che a Bruxelles, oggi e domani, i leader non litighino –persino la Merkel ha appena promesso che farà di più per il lavoro dei giovani e ha riconosciuto che crescita e rigore non sono antitetici-, in attesa che maturino decisioni davvero sostanziali. Magari in autunno, dopo le elezioni tedesche del 22 settembre. O a dicembre, quando il Vertice di fine anno dovrebbe discutere le prospettive della difesa europea.

mercoledì 26 giugno 2013

Se Linus non esce, sono davvero l’unico che resta senza coperta?

Scritto per gli Appunti di Media Duemila online il 26/06/2013

Ma se Linus non esce, sono proprio l’unico –o uno dei pochissimi- a sentirmi senza coperta? Erano settimane che mi sentivo inquieto: Linus, ‘la’ rivista dei fumetti italiana fondata nel 1965 - 48 anni or sono - da Giovanni Gandini, non mi arrivava più. Ultimo numero pervenuto, Aprile 2013, il 577. Abbonato da 40 anni o più di lì, all’inizio ho pensato a un ritardo postale, poi mi sono chiesto se non avessi lasciato scadere l’abbonamento senza rinnovarlo (e senza per altro ricevere solleciti).
M’intrigo, chiamo. E l’interlocutrice cortesemente mi spiega che Linus ha sospeso le pubblicazioni. Ma come?, Linus se ne va così dopo mezzo secolo e la notizia passa (quasi) inosservata?, non ne so nulla neppure io che mi picco d’esserne uno dei lettori più affezionati oltre che d’essere uno sempre informato?
Di questi tempi, se muore un giornale, o una rivista, per di più ‘di nicchia’, non fa certo notizia: pare di stare nella Milano della peste del Manzoni, tante testate se ne vanno. Su internet, scopro che il 28 maggio la Baldini Castoldi Dalai Editore ha comunicato la sospensione delle pubblicazioni, dovuta a una serie di problemi; e che il 10 giugno ha annunciato il ritorno in edicola il 5 luglio. Solo pochi giorni ormai.
Qualche testata online ha seguito la piccola odissea editoriale. Ma mi pare incredibile che Linus si taccia, sia pure solo temporaneamente, senza fare (molto più) rumore: non è stata questa rivista palestra d’idee di una generazione di Sessantottini spesso divenuti giornalisti?, non eravamo in tanti ad averne bisogno proprio come Linus della sua coperta per sentirci, o illuderci ci essere, ancora giovani e capaci di rinnovamento, almeno nelle idee, leggendola tutta di striscia in striscia e saltando – confesso - a piè pari pezzi pur validissimi di firme spesso eccellenti, ma fuori dal contesto del fumetto.
Ché Linus sono i fumetti, a partire dai Peanuts e dalla loro icona ‘intellettuale’, Linus Van Pelt. Oreste Del Buono, direttore fino al 1981, poi Fulvia Serra, da ultimo Stefania Rumor hanno costantemente saputo scegliere strisce statunitensi ed europee, e italiane, capaci di interpretare ed aggiornare, quasi sempre in un’ottica ‘liberal’, o ‘di sinistra’, lo spirito del tempo: così dal Vietnam alla guerra al terrorismo, da Beetle Bailey a Doonesbury; oppure, dall’impiegato non modello Bristow al programmatore non troppo informatico Dilbert: o ancora dall’infanzia adulta dei Peanuts a quella di Calvin & Hobbes a quella di Cul de Sac. E non sto qui a farvi un taglia e incolla classico da Wikipedia.

Evidentemente, non eravamo in tanti, ché, se no, tanti problemi la rivista non li avrebbe avuti. Ma, adesso che so che Linus sta per tornare, mi sento già un po’ meglio: la mia ‘coperta’ sarà presto dov’è sempre stata, sul mio comodino.