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sabato 10 ottobre 2015

Libia: accordo fragile, restano le tensioni, più speranza che fiducia

Scritto per LaPresse lo 09/10/2015

 C'è più speranza che fiducia nelle dichiarazioni di soddisfazione che accolgono l'annuncio del "fragile accordo libico" -la definizione è dell'Istituto di Studi politici internazionali, l'Ispi-: un coro di "atti dovuti" della diplomazia internazionale. L'intesa sarà positiva solo se sarà confermata e si rivelerà efficace.

Dopo mesi di laboriose trattative sotto l'egida delle Nazioni Unite, l'inviato speciale dell'Onu Bernardino Leon, il cui mandato è in scadenza, ha annunciato la scorsa notte la firma di un accordo per la formazione di un governo di unità nazionale fra i due attuali governi libici, quello di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale, e quello di Tripoli e fra diverse fazioni libiche. L'intesa deve ora essere approvata dai due Parlamenti libici rivali: non è affatto sicuro che lo sia.

Di fatto, però, l'accordo firmato a Skhirat, in Marocco, è il primo del genere, oltre quattro anni dopo la caduta e l'uccisione di Muammar Gheddafi. L'intesa prevede che il presidente del Consiglio sarà Faiz al Siraj, un membro del parlamento di Tobruk, il cui nome però non era fra quelli proposti. Al Siraj avrà tre vice, Ahmed Maetiq, Moussa Kony e Fathi Majbari, e due consiglieri, Omar Aswad e Mohamed Ammar.

Dopo la firma, Leon, un diplomatico spagnolo il cui successore sarà il tedesco Martin Kobler, s'è mostrato ottimista: "Parto dal presupposto che la proposta sarà accolta dalle parti, eventualmente con un certo scetticismo, perché la situazione nel Paese è difficile".

E, in effetti, milizie costituitesi su base locale e tribale controllano buona parte di un territorio dove lo Stato non ha il monopolio dell'uso della forza per garantire il rispetto della legge, mentre gruppi di jihadisti di diverseprovenienze continuano a costituire una minaccia per la stabilità e l'integrità nazionale, specie alla Sirte.

L'auspicio italiano che l'intesa, se attuata, consenta di esercitare un controllo sui traffici di migranti dalle coste libiche è rafforzato dal fatto che proprio oggi il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha autorizzato l'operazione navale europea incaricata di sequestrare e distruggere le imbarcazioni usate al largo della Libia dai trafficanti di esseri umani.

Ma, mentre dal segretario generale dell'Onu Ban Ky-moon e dalle diplomazie occidentali fioccano espressioni di soddisfazione, sia pure prudente -il ministro italiano Paolo Gentiloni ed al Siraj si sono parlati al telefono-, lereazioni a Tripoli sono fredde. Le perplessità del Congresso generale nazionale, che siede nella capitale, erano del resto emerse pure a Skhirat: il Cng non ha presentato la lista dei suoi candidati e ha chiesto modifiche al testo.

E a Tobruk molto, se non tutto, pare dipendere dall'atteggiamento del generale Khalifa Hiftar, comandante supremo della Forza nazionale libica. Roberto Aliboni, della IAI, l'Istituto Affari Internazionali di Roma, uno dei massimi conoscitori italiani della situazione libica, racconta che Hiftar è stato capace, negli ultimi tempi, di impedire per ben due volte al premier Abdalla al-Thinni di lasciare Tobruk, facendolo scendere dall'aereo su cui era già salito.

Il generale è considerato da autorevoli commentatori americani, sul NYT e l'Atlantic Council, come un possibile nuovo "uomo forte", il prossimo Gheddafi. Fonti vicine al governo di Tripoli fanno notare che tra i candidati scelti da Leon vi sono nomi "sospetti". Ad esempio, Abdulrrahman Sewehli, un esponente della città di Misurata, dotata di propri influenti milizie, è stato indicato come presidente del Consiglio di Stato: ancora a giugno. Londra e Parigi volevano sottoporre a sanzioni Sewehli, per le sue attività sovversive. Il fatto che Sewehli stesso, secondo il Libya Herald, abbia rifiutato l'incarico non migliora la situazione: non s'è chiamato fuori per non essere d'imbarazzo, ma perché insoddisfatto, giudicando quel posto "sostanzialmente cerimoniale", non abbastanza di potere.

Arturo Varvelli, responsabile dell'Osservatorio Terrorismo dell'Ispi, pensa che l'accordo, se attuato, possa rendere più plausibile una missione esterna in Libia, sollecitata dal nuovo Esecutivo (e cui l'Italia s'è ripetutamente detta disponibile, come ricorda Matteo Toaldo, esperto dell'Efcr). Claire Spencer, una ricercatrice di Chatham House, pensa, invece, che pacificazione e normalizzazione della Libia passino "per il supporto della comunità internazionale, sotto forma d'investimenti e assistenza per la popolazione".

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