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martedì 6 ottobre 2015

Usa 2016: protagonisti, Donald 'il russo' e Bernie 'il rosso'

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 06/10/2015

Donald 'il russo' - A 400 giorni esatti dall’Election Day, l’8 novembre 2016, Donald Trump sente puzza di bruciato e vira sulla politica estera, divenuta il suo cavallo di battaglia, lui che non se n’era mai interessato. Il magnate dell’immobiliare, battistrada fra i repubblicani nella corsa alla nomination, resta avanti nei sondaggi, ma non cresce più, dando l’impressione di avere un po’ esaurito la spinta e fatto il pieno dei potenziali consensi. E la strage nell’Oregon gli mette sotto i piedi un terreno scivoloso: non è favorevole ai controlli sulla vendita delle armi, come Obama, Hillary e molti altri democratici, ma non vuole neppure finire impallinato come Jeb Bush, per quel banale “sono cose che capitano”.

E, allora, ecco ‘Donald il rosso’ diventare ‘Donald il russo’: in un’intervista alla Cnn, dà credito al presidente siriano al-Assad e al suo alleato Putin, “Se i russi vogliono colpire il Califfato, per me va bene” che intervengano. Sulla Nbc, si esibisce sul fronte libico-siriano: rimpiange Saddam Hussein e Muammar Gheddafi; e a chi chiede se quell’area sarebbe più stabile con i vecchi dittatori ancora al potere, risponde senza esitazioni: "Naturalmente sì, non c'è proprio paragone".

In politica estera, il nord sulla bussola dello showman è facile da trovare: criticare le scelte dell’Amministrazione e mettersi con chi sta contro Obama. Nell’intervista alla Nbc, dice: "Se guardi alla Libia e a ciò che abbiamo fatto lì, è un grande caos. Se guardi all'Iraq e a ciò che abbiamo fatto lì, è un grande caos. E sarò lo stesso in Siria", dove Assad “rischia di essere rimpiazzato da qualcuno di persino peggiore". Una previsione che potrebbe pure essere azzeccata.

Trump non si sforza di essere coerente: critica la debolezza di Obama, ma dice che gli Usa “non devono fare il poliziotto del Mondo”. Il tema della Siria s’intreccia con quello dell’immigrazione: vuole rimandare a casa tutti i rifugiati siriani, ipotizzando che alcuni siano terroristi o addirittura che costituiscano un “esercito d’invasione” camuffato: “potrebbe essere uno dei migliori stratagemmi militari di tutti i tempi”, dice a Keane nel New Hampshire.

E’ sempre difficile cogliere, nelle sue dichiarazioni, il confine tra la boutade e la disinformazione: dice che ama i musulmani e che potrebbe farne uno ministro; ma quando un suo sostenitore bolla Obama come “musulmano e non americano”, lui non lo corregge. “Mica mi tocca difendere il presidente”. 

Bernie 'il rosso' - Che Bernie Sanders arrivasse a questo punto, non ci credeva nessuno, neppure lui, quando ad aprile decise di candidarsi alla nomination democratica, in un campo dove Hillary Rodham Clinton faceva –e fa tuttora- figura di candidato unico. Sanders è il primo politico Usa a definirsi apertamente ‘socialista’ dai tempi del maccartismo. E la sinistra democratica non ha mai espresso un candidato alla Casa Bianca, tranne che nel 1972: George McGovern vinse in due soli Stati, ottenne appena 17 grandi elettori su 538 – i 14 del Massachusetts e i 3 del Vermont, lo Stato più rosso dell’Unione -.

Figlio di genitori ebrei immigrati dalla Polonia, nato a Brooklyn, Sanders studiò scienze politiche, prima di andare a vivere per qualche tempo in un kibbutz israeliano. Al ritorno, fece il carpentiere, il regista, partecipò alla contestazione contro la guerra nel Vietnam e infine scoprì la politica: sindaco di Burlington, per 16 anni nella Camera del Vermont, dal 2007 in Senato a Washington.

Capelli bianchi, lunghi e radi, grandi occhiali, un sorriso un po’ da coniglio, 74 anni, Sanders è nettamente avanti nei sondaggi all'ex segretario di Stato nei due Stati, lo Iowa e il New Hampshire che per primi assegneranno, rispettivamente il 1 e il 9 febbraio, i delegati alla Convention.

Il New Hampshire è contiguo al Vermont: Sanders gioca in casa. Ma lo Iowa, conservatore e rurale, dovrebbe essergli ostile. Mai quanto a Hillary, però, che si porta dietro, in campagna, la puzza di cittadina. La Clinton resta però nettamente avanti a livello nazionale.

Il problema, per Sanders, è che nessuno, nel partito democratico, si augura una sua vittoria: candidare un socialista alla Casa Bianca, vorrebbe dire sconfitta sicura l’8 novembre 2016. Lui non se ne cura: appoggia il Papa contro la pena di morte, vuole il controllo sulla vendita delle armi, è con Obama sulla Siria, sposa tutte le cause perse.

In attesa di alternative a Hillary più credibili, come il vice-presidente Joe Biden, che tentenna, Sanders mette un po’ di soldi in cassa: per i donatori, fondi a perdere. L'attore Daniel Craig, un agente 007 britannico, ma che vive in America, voleva versare 50.000 dollari alla sua campagna. Ma, secondo The Times, ha sbagliato destinatario del bonifico, versando i soldi a un "super Pac", che Sanders considera una minaccia alla democrazia perché consentono ai ricchi di pesare sul voto coi loro soldi.

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