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giovedì 15 ottobre 2015

Usa 2016: democratici; Hillary e Bernie, sorpassi a destra e sinistra

Scritto per LaPresse il 14/10 e, in forma diversa, per Il Fatto Quotidiano del 15/10/2015. Pure su www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net

A destra o a sinistra, si sono reciprocamente scavalcati a più riprese: Hillary Clinton voleva lucidare la sua patina liberal un po’ appannata negli ultimi tempi; e Bernie Sanders provava, senza troppo crederci neppure lui, a piantare delle bandierine al centro. Le incursioni nel campo del rivale sono riuscite meglio alla ex first lady che al senatore del Vermont, incollato, proprio dal suo Stato rurale e libertario, a difendere il diritto a possedere un’arma, mentre l’ex first lady sposa la linea di Obama per limitare in qualche modo la portata del secondo emendamento della Costituzione.

E quando Hillary ricorda che Sanders votò a favore dell'immunità dei produttori e dei rivenditori, lui si giustifica affermando che “la legge era troppo complicata”. Incroci di posizione ci sono pure sulla politica estera, dove Sanders appare un po’ generico e impacciato; sulla libertà degli scambi, dove la Clinton ripudia la sua linea liberista per  un tradizionale protezionismo democratico; e sull’immigrazione. Posizioni rispettate, invece, sulla finanza e sulla sicurezza nazionale: Sanders attacca Wall Street e difende Edward Snowden, l’uomo che svelò segreti dell’intelligence; Hillary, che motiva il proprio sì al Patriot Act, pensa che ‘la talpa’ debba pagare per quanto ha fatto.

Sull’economia, Hillary si definisce una progressista “concreta” che non guarda alla convenienza, mentre Sanders vuole distribuire la ricchezza e cita il Nord Europa dove tasse più alte significano migliori servizi sociali. Lei replica "Qui non siamo in Danimarca", però condivide che “i più ricchi paghino il giusto”.

La “migliore Hillary” di questa campagna – lo scrive il Washington Post – vince il primo dibattito in diretta tv fra i cinque aspiranti alla nomination democratica per Usa 2016 e indebolisce l’ipotesi d’una candidatura sostitutiva del vice-presidente Joe Biden, che segue la sfida da casa e che prepara un consulto familiare nel fine settimana per decidere se scendere in lizza.

Anche Sanders, indipendente e, per sua definizione, socialista, se la cava bene e strappa un applauso al pubblico - e a Hillary un “Grazie Bernie”, con stretta di mano-, dandole un assist sull’ ‘emailgate’ (lo scandalo dell’utilizzo di un account privato quand’era segretario di Stato): "Gli americani sono stanchi e stufi di sentire parlare di queste email, quando ci sono 27 milioni di persone che vivono in povertà. Parliamo di ciò che interessa agli americani".

Hillary e Sanders non esitano a ‘forzare’ fatti e cifre per tirare acqua al proprio mulino. E la stampa fa subito loro le pulci: l’ex first lady nega d’avere cambiato opinione sull’accordo di libero scambio trans-Pacifico, ma sue citazioni passate l’inchiodano; e Sanders afferma che “quasi tutta la nuova ricchezza va all’1% più ricco”, mentre gli economisti riducono quel ‘quasi tutto’ al 58% - non è poco, però – e notano che il 99% restante ha visto il proprio reddito aumentare del 3,3% nel 2014, la percentuale più alta nel XXI Secolo.

La prestazione di Hillary sul palco del Wynn Hotel di Las Vegas, trasmessa dalla Cnn, potrebbe rilanciarne la campagna, dopo un’estate difficile, e consentirle di mettersi alle spalle l’ ‘emailgate’, cavallo di battaglia degli attacchi dei repubblicani.

La Clinton, che si presenta come ex first lady, madre e nonna, nota che un presidente donna sarebbe un grande cambiamento (“La differenza che c’è tra me e Barack Obama? Io sono una donna”, nota, ponendosi in una linea di continuità con l’Amministrazione attuale); e dice di non volere essere votata  per il suo nome, mentre il marito, l’ex presidente Bill, twitta “merita di essere presidente”.

Il duello è civile e tutto fair play, senza colpi bassi né scintille. Donald Trump, l’attuale battistrada alla nomination repubblicana,  lo segue rendendo publici smorfie e sbadigli; e, a cose fatte, si dice impaziente di confrontarsi con il campione democratico, come se lui avesse la nomination in tasca.

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