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venerdì 7 giugno 2013

Dall'Imperatore al Re, quando il presidente se la prende con il giornalista

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 07/06/2013

“Parlerà di meno quando si saprà in giro che lavora per una potenza straniera”: la battuta, minacciosa, è di François Mitterrand. Chi doveva “parlare di meno” era Edwy Plenel, giornalista, un passato trotzkista, all’epoca –si era nel 1985- direttore di le Monde. E’ uno dei momenti più  bassi delle relazioni tra l’Eliseo e la stampa: la vicenda, che indusse Mitterrand a ordinare intercettazioni illegali dei telefoni del maggiore quotidiano transalpino, va collocata nel clima denso di sospetti e doppi giochi della Guerra Fredda e riguarda un presunto coinvolgimento di Plenel nell’affaire Farewell, uno dei maggiori successi dello spionaggio francese nell’Unione Sovietica all’inizio degli Anni Ottanta. Tutta la storia, estremamente intricata, finì in tribunale, oltre che sul grande schermo, dove venne ulteriormente romanzata.

Lo scontro tra Mitterrand e il direttore di le Monde viene subito in mente a Richard Heuzé, corrispondente da Roma di le Figaro, come esempio del clima talora teso tra l’Eliseo e la stampa. E se qualcuno in Italia chiama l’attuale presidente della Repubblica ‘re Giorgio’, si può ricordare che la presidenza Mitterrand è passata alla storia come la ‘presidenza imperiale’: il leader socialista rimase –caso unico- alla guida dello Stato per 14 anni, un primato che Napolitano può uguagliare. Invece, a Tobias Piller, corrispondente da Roma della Frankfurter Allgemeine Zeitung, non viene lì per lì in mente nessun episodio simile: “diversa etichetta”, quella dei presidenti tedeschi, ma anche dei giornalisti, nel Paese dove il background e l’off the record sono per eccellenza rispettati, senza frenare le polemiche e gli attacchi politici.

Quasi tutti i presidenti francesi, a partire da George Pompidou, hanno portato in tribunale la difesa della loro privacy dalla curiosità dei giornalisti: per Pompidou e Mitterrand, si trattava, ad esempio, di tenere celati gli aspetti più intimi della loro malattia; ma non solo. Ma vicende di famiglia e pure scandali politici hanno turbato le relazioni con la stampa anche di Jacques Chirac, Nicolas Sarkozy e François Hollande, che, da presidente, continua a rispondere agli sms dei giornalisti, mettendosi talora nei guai (e mettendo spesso in difficoltà i suoi portavoce).

Il tono degli scontri presidente – giornalista non è sempre inappuntabile. Nel marzo 2012, in piena campagna elettorale, Sarkozy venne ripreso mentre apostrofava in malo modo un giovane cronista durante una visita a Chalons-sur-Marne, a est di Parigi: “Credi che me ne freghi qualcosa di quello che dici?, che cosa ti aspetti che ti risponda?”, replicò il presidente infastidito da domande su scontri tra forze dell’ordine e operai metallurgici. E aggiunse: “Che coglione”. Resosi conto di avere perso la misura, Sarkozy provò a recuperare con una pacca sulle spalle al giornalista, con una battuta ad uso del pubblico: “E’ simpatico, è solo giovane”.

Certo, ci sono Paesi dove le critiche al presidente, o al potere, possono costare ben più cari d’una nota di biasimo pubblica. Lasciamo stare i regimi dittatoriali, che non hanno mai amato la stampa, tanto meno quella libera. Ma nella Russia di Vladimir Putin, che molti, con qualche forzatura, apparentano a una democrazia, si contano a decine i giornalisti politicamente scomodi uccisi nell’ultimo decennio. Lì, fare la domanda sbagliata può metterti addosso una bella ansia. Ne sa qualcosa Natalia Melikova, che, nel 2008, durante una conferenza stampa congiunta di Putin e Silvio Berlusconi a Porto Rotondo, interrogò il leader russo sui suoi rapporti con una ex campionessa di ginnastica artistica divenuta parlamentare e sull’intenzione di divorziare.

Putin la fulmina con uno sguardo, Berlusconi non trova di meglio che intervenire ‘scherzosamente’ mimando una raffica di mitra. La Melikova ci resta di sasso, scoppia a piangere, è spaventata. Quando risponde, il presidente dice che nessuno deve mettere il naso nella sua vita privata. E, tanto per essere espliciti, il portavoce del presidente chiarisce che il monito non riguarda la cronista, ma “tutta la stampa”.

Certo, a volte capita che ad essere presi non troppo metaforicamente ‘a pedate’ dai giornalisti siano i presidenti: il 14 dicembre 2008, durante una conferenza stampa, il presidente Usa George W. Bush, in visita di commiato a Baghdad, schivò le scarpe lanciatagli da un giornalista iracheno, tale al Zaidi, accompagnate dalla frase “Questo è il bacio d’addio del popolo iracheno, cane”.

E capita pure che il giornalista che critica il presidente venga coperto dagli insulti dei suoi colleghi. Paul Larrouturou, del Lab di Europe 1, voleva sapere da François Hollande perché non gli piace twitter. Il malcapitato cultore dei new media, che non era stato al minuetto delle domande e risposte convenute e convenzionali, venne mediaticamente linciato, illico et immediate, proprio su twitter, dai suoi colleghi: “Non è la domanda da farsi”, “Twitter non è il centro dell’universo”, “Interessa solo i giornalisti”. Quel giorno, l’hashtag Larrouturou batté l’hashtag Hollande.

giovedì 6 giugno 2013

Italia/Ue: lavoro, l’anello (del Vertice) al naso

Scritto per il blog de Il Fatto lo 06/06/2013
Ci dev'essere qualcuno, a Palazzo Chigi e nel Governo, convinto che, sul lavoro, abbiamo l’anello (del Vertice) al naso. Non credo che sia il premier Enrico Letta, che, se non altro per essere brevemente stato parlamentare europeo, conosce la terminologia europea; e non credo neppure che sia il ministro del lavoro Enrico Giovannini, che, per fare parte di un governo politico, sembra proprio un tecnico ammodo, preciso e preparato.
Chiunque sia, fatto sta che, ogni volta che si parla di piani per l’occupazione, e si aggiunge “specie quella dei giovani”, salta fuori ben strombazzato un vertice: c’era in principio il Consiglio europeo di fine giugno, il 27 e 28, a Bruxelles, che è proprio un Vertice, almeno ai sensi dell’eurocratese; poi s’è aggiunto il vertice di Berlino del 3 luglio, che non è un vertice, ma una riunione dei ministri del lavoro dei 27, per confrontare le migliori pratiche in tema di lavoro giovanile; e, adesso, da ieri, abbiamo il vertice dei 4 Grandi Ue, a Roma, il 14 giugno, che non è manco questo un vero vertice, bensì un incontro dei ministri delle finanze e del lavoro di Italia, Germania, Francia, Spagna (che, poi, a volere essere pignoli, non sono neppure i 4 Grandi Ue, perché c’è pur sempre la Gran Bretagna, fin quando non leva il disturbo).
Ora, nessuno vuole meritarsi la medaglia del pedante, solo perché i Vertici, nell’Ue, sono le riunioni dei capi di Stato e/o di governo. Ma nessuno vuole neppure passare per fesso: indire le riunioni, e chiamarle pure tutte vertici, va benissimo, se si producono risultati; ma se ci si limita a chiacchiere, allora potremmo pure risparmiarci i soldi degli incontri, che manco sono vertici.
Prendiamo l’appuntamento di Roma, aperto “da una colazione di lavoro con il premier italiano”. L'appuntamento, "il primo di questo tipo", sottolinea un comunicato di Palazzo Chigi, "vuole essere l'occasione per uno scambio d’opinioni e per un coordinamento in vista dei prossimi impegni internazionali”, cioè, appunto il Consiglio europeo del 27-28 giugno, “nella cui agenda alta priorità è stata attribuita proprio al tema della crisi occupazionale”, l'evento di Berlino del 3 luglio e –fosse mai che ce la scordassimo- la riunione dei ministri del lavoro del G20 a Mosca di metà luglio.
Tradotto: a metà giugno, non aspettatevi decisioni, perché non ce ne saranno né potrebbero essercene. E, come vedremo, non aspettatevene troppe neppure subito dopo: l’incontro di Berlino, ad esempio, pare solo un modo per ridurre la pressione sui leader a fine giugno, dotando Il Vertice d’una valvola di sfogo.
Intendiamoci. E’ positivo, pur se può apparire ovvio, che l’Italia, e tutta l’Unione, riconoscano che “un rapido miglioramento del mercato del lavoro è condizione indispensabile per rilanciare la crescita dell'economia europea". Ed è pure positivo che l’Italia sia un crocevia della preparazione del Vertice di fine giugno: a metà mese, è atteso a Roma il presidente della Commissione europea José Manuel Durao Barroso, dopo la visita a fine maggio del presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy.
Il Governo Letta s’è impegnato a varare, prima del Vertice, un piano per il lavoro dei giovani e cerca appoggi e sponde per un’accelerazione dell’azione comune su crescita e occupazione. E, intanto, il premier e i suoi ministri impegnati sul fronte europeo cercano di stare al passo degli sviluppi istituzionali di cui Francia e Germania hanno parlato il 30 maggio per il rafforzamento della governance europea dell’Unione economica e monetaria.
L’attivismo diplomatico non va però scambiato, né gabellato, per concretezza dei risultati, che ancora non ci sono. Il NYT titola oggi sulla “guerra debole” dell’Ue alla disoccupazione e scrive: “Gli schemi presentati in Italia e Spagna la scorsa settimana per combattere il problema somigliano tristemente al ‘programma di crescita’ di Hollande, che non è mai stato davvero di crescita”. 
Per Giovannini, la riunione a quattro "dimostra un cambiamento culturale in termini di approccio" al problema: “Se pensiamo che il mercato del lavoro segua sempre e soltanto il ciclo economico, dovremmo aspettarci prima una ripresa economica e poi un effetto sull'occupazione. Il fatto che si riconosca che la disoccupazione condiziona le scelte di famiglie, e quindi la ripresa economica, significa che bisogna far sì che anche nella fase iniziale della ripresa, nella seconda metà dell'anno, ci sia un'alta intensità di occupazione, cioè che la stessa riduzione della disoccupazione giovanile stimoli la crescita".

Intellettualmente, è stimolante. Praticamente, significa aspettare, se va bene, perché accada qualcosa di concreto, “la seconda metà dell’anno”, che vuol dire da settembre in poi. Il che ci riconduce –sarà un caso- ad attendere per iniziative europee significative ed incisive le elezioni politiche tedesche del 22 settembre. E allora diciamolo che, aspettando allora, stiamo a ‘fare ammuina’: non c’è mica da vergognarsene, se non si può fare altrimenti.

Grecia: Fmi in segreto ammette troppo rigore, in pubblico ne chiede altro

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 06/06/2013

Qualche volta, si pentono. Magari nel segreto dei loro confessionali, che sono i documenti interni destinati a restare “strettamente confidenziali”. Ma i sacerdoti dell’economia se n’infischiano, quando fa loro comodo, di rispettare il segreto della confessione. E, così, il Wall Street Journal può spiattellare ai suoi lettori l’ammissione del Fondo Monetario Internazionale che sono stati compiuti “errori” nel salvataggio della Grecia.

In un documento interno e –appunto- “strettamente confidenziale”, l’Fmi dice di avere sottostimato i danni derivanti all'economia greca dalla terapia del rigore; ma aggiunge che la risposta alla crisi, coordinata con l’Unione europea, ha comunque consentito alla Grecia di superare il momento più critico e di restare nell'euro.

Insomma, i medici al capezzale di Atene hanno rischiato di uccidere il malato volendolo guarire, non valutando bene le dosi di medicina che gli stavano somministrando; ma il malato ce l’ha ugualmente fatta e, ora, sta meglio.

L’ammissione dell’Fmi non desta soverchia sorpresa, dopo che, nell’Ue, molte voci pure autorevoli hanno denunciato gli eccessi di rigore imposti ai Paesi in crisi, aggravandone la situazione sociale e destando nell'opinione pubblica reazioni euro-scettiche. Ma il pentimento dell’Fondo, che ha sede a Washington e che, delle istituzioni finanziarie internazionali, è quella più ancorata a una visione dell’economia e della finanza capitalista e liberista, colpisce più dei ripensamenti dell’Ue, per sua natura europea più incline al buonismo e al tentennamento.

Ma un conto sono i documenti “strettamente confidenziali” e un conto le dichiarazioni pubbliche. Ancora ieri, il direttore generale dell’Fmi Christine Lagarde affermava che la Grecia non deve allentare gli sforzi di consolidamento delle finanze pubbliche, se vuole cogliere i frutti dei sacrifici. La Lagarde rispondeva alla richiesta di Atene di linee di credito nuove: "Ci sono sviluppi positivi, ma c'e' ancora molto da fare sui fronti delle entrate, dell'indipendenza dell'amministrazione fiscale e delle riforme di mercato".  Certamente, il documento segreto dei suoi servizi è giunto alla redazione del WSJ prima che sulla sua scrivania.

Siria: Qusayr e Ginevra, il regime di Assad segna due punti

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 06/06/2013

Adesso, potrebbe toccare a Homs, magari ad Aleppo. Il regime di Bachar al Assad e i suoi alleati, gli hezbollah libanesi, hanno ripreso ai ribelli la città chiave di Qusayr, devastata da due settimane di combattimenti accaniti, e hanno ottenuto un’importante vittoria nella guerra civile in Siria, possibile preludio a un’ulteriore repressione dell’insurrezione.

Non ci sono stime precise delle vittime di questa battaglia del conflitto. Si calcola che le violenze abbiano fatto in Siria oltre 94 mila morti e spinto alla fuga 5 milioni di persone dal marzo 2011. E, ieri, Onu, Usa e Russia hanno tenuto a Ginevra una riunione preparatoria della conferenza di pace internazionale che Washington e Mosca continuano a volere organizzare, ma che è ormai slittata a luglio, mentre era stata inizialmente prevista tra fine maggio e inizio giugno. Una seconda riunione preparatoria è prevista il 25 giugno: molti i punti ancora aperti.

Assenti da Ginevra sia come Unione europea che come potenze nazionali, Gran Bretagna e Francia dicono di avere le prove “fisiologiche” del ricorso, da parte del regime, al sarin, un gas letale, già usato da Saddam in Iraq. Per il presidente francese François Hollande, ciò “obbliga la comunità internazionale ad agire”. In Italia, però, il ministro della difesa Mario Mauro parla di “casi limitati” e non apre spiragli d’intervento.

La mancanza di coesione dell’Europa non ne rinforza certo il peso e la credibilità. Il 28 maggio, l’Ue ha tolto l’embargo sulla vendita di armi ai ribelli: una decisione fortemente criticata da Mosca, che, però, intanto ammoderna l’arsenale del regime e degli Hezblolah, pur senza avere ancora loro fornito i temuti missili S-300. Ma i 27 non sono d’accordo sulla fornitura di armi ai ribelli: l’Italia, per ora, non intende farlo, né ritiene l’uscita di scena di al Assad una precondizione alla conferenza di pace e neppure ha pregiudizi nei confronti di un coinvolgimento dell’Iran.

Qusayr, nella provincia di Homs, vicino alla frontiera con il Libano, è centro strategico cruciale: collega Damasco al litorale e apre al regime la strada della riconquista del capoluogo. Per la diplomazia occidentale, al Assad “ha segnato un punto” a suo favore, riprendendone il controllo. E un secondo lo sta segnando negli sviluppi negoziali.

Certamente, la caduta della città è un rovescio per i ribelli. Ma questo non vuol dire che la guerra sia finita. Se l’esercito promette di “schiacciare” gli insorti in tutto il Paese, l’opposizione afferma che “la rivoluzione continua”. A giudizio di numerosi specialisti, il regime e i suoi alleati non avrebbero potuto ottenere i risultati positivi sul terreno degli ultimi giorni e riconquistare Qusayr senza la “collaborazione” dell’Iran, che sostiene gli Hezbollah e che si è subito “rallegrato con l’esercito e con il popolo siriani” per il successo ottenuto “sui terroristi”, come Damasco e pure Teheran definiscono i ribelli.

La tv di Stato siriana ha mostrato immagini di giubilo dei soldati davanti a edifici pubblici sventrati ma “liberati”, dopo oltre due settimane di intensi bombardamenti, di cui ha fatto le spese pure la popolazione civile. La tv ha pure mostrato “gli arsenali dei terroristi”, dove erano immagazzinati “casse d’armi, cariche esplosive e pure un lancia missile”.

Non c’è un bilancio delle vittime degli scontri: si parla di centinaia di insorti uccisi; gli Hezbollah lamentano la perdita di decine di combattenti. Nessuna stima per i soldati del regime e i civili.

Le posizioni oltranziste nei due campi e le discordie diplomatiche internazionali complicano e mettono persino in forse l’organizzazione della ‘Ginevra 2’, cioè della nuova conferenza di pace internazionale, cui le parti dovrebbero arrivare rinunciando alle reciproche precondizioni.

martedì 4 giugno 2013

Italia/Ue: arriva a Roma anche Barroso, ma Vertice giugno è sgonfio

Scritto per EurActiv lo 04/06/2013

L’Italia è crocevia della preparazione del Vertice europeo di fine giugno; e il premier Enrico Letta intensifica i contatti. Il presidente della Commissione europea José Manuel Durao Barroso è atteso a Roma a metà giugno, per una serie di incontri istituzionali. Della missione, che deve ancora essere ufficialmente annunciata, si ha notizia da fonti sicure.

La visita di Barroso, che dovrebbe svolgersi tra il 14 e il 15 giugno, seguirà di circa due settimane quella del presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, che è stato a Roma venerdì 31 maggio, incontrandovi, fra gli altri, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il premier Letta; e precederà di circa due settimane il Vertice europeo del 27 e 28 giugno a Bruxelles, che sarà centrato su crescita e occupazione.

Il Governo Letta s’è impegnato a varare, prima dell’appuntamento europeo, un proprio piano per il lavoro dei giovani e cerca appoggi e sponde per un’accelerazione dell’azione comune per crescita e occupazione. Nello stesso tempo, il premier e i suoi ministri impegnati sul fronte europeo cercano di tenersi al passo degli sviluppi istituzionali di cui Francia e Germania hanno parlato il 30 maggio.

Venerdì scorso, dopo l’incontro con Van Rompuy, Letta aveva avuto conversazioni telefoniche con la cancelliera tedesca Angela Merkel, con il presidente francese Francois Hollande e con lo stesso Barroso, riferendo loro l’esito del colloquio con il presidente del Consiglio nella prospettiva  del Vertice di giugno, con particolare riferimento alla proposte italiane sul lavoro e per contrastare la disoccupazione giovanile. Letta aveva pure espresso sostegno all'iniziativa franco-tedesca annunciata il 30 maggio per il rafforzamento della governance europea dell’Unione economica e monetaria.

L’attivismo italiano deve però fare i conti con la difficoltà, per la Germania, di prendere decisioni finanziariamente impegnative al prossimo Vertice, specie se messa sotto pressione, neppure tre mesi prima dalle elezioni politiche tedesche del 22 settembre.  In questo contesto, la decisione, già annunciata dal Consiglio europeo del 22 maggio, di indire a Berlino il 3 luglio una riunione ‘ad hoc’ dei ministri del lavoro dei 27, per confrontare le migliori pratiche in tema di lavoro giovanile, pare un modo per ridurre la pressione sull’incontro dei leader a fine giugno, dotandolo di una valvola di sfogo. 

lunedì 3 giugno 2013

Italia-Usa: i giovani americani la pensano come Sergio il canadese

Scritto per il blog de Il Fatto lo 03/06/2013

Dell’Italia, li attrae soprattutto il cibo, più della moda o della qualità della vita; e ne fanno la loro seconda scelta, dopo la Gran Bretagna, per un’esperienza di vita all'estero. Di noi, sanno molto: che siamo gente di buon carattere, che al bar ci piace l’espresso, che amiamo il calcio e che compriamo Fiat; anche se non hanno le idee proprio chiare su che cosa ci mettiamo ai piedi –quasi la metà pensa che le nostre calzature più comuni siano gli stivali di pelle, manco fossimo il Texas-.

Sono alcune delle curiosità, tra la conferma, la sorpresa e lo stereotipo, di un sondaggio su quel che sanno e pensano dell’Italia gli universitari americani, realizzato anche quest’anno dalla Fondazione Italia Usa con la Loyola University di Chicago. Pareri spesso espressi per sentito dire più che per esperienza diretta e rappresentativi di una fetta di giovani americani più aperti al Mondo e all'Italia della media dei loro coetanei: 7 su 10 sono stati all'estero, oltre la metà in Italia, 8 su 10 sono pronti a lavorare all'estero, uno su tre vede film italiani, uno su quattro ascolta musica italiana.

Sul nostro paese hanno idee abbastanza chiare, se non giuste: ci fanno l’onore –e fanno il dispetto alla Francia- di considerare Milano la capitale della moda piuttosto che Parigi e il vino italiano migliore di quello francese (ma viene da chiedersi che cosa ne sappiano di preciso, visto che da loro - teoricamente e non solo - spesso fino a 21 anni non possono berne).

Come italiani in quanto europei, ci considerano interlocutori economici importanti, ma pensano che contro la crisi ce la stiamo cavando così così e che nella politica internazionale contiamo piuttosto poco. Giudicano la vicenda di Amanda Knox in qualche misura un deterrente a venire in Italia –dando per scontato loro che Amanda non abbia ammazzato lei Meredith Kercher -.

Ma su una parte del questionario loro sottoposto i giovani americani hanno idee chiare e nette, che magari noi non siamo proprio pronti a condividere: la vicenda della Chrysler e della Fiat, su cui sembrano essere bene informati e, soprattutto, avere opinioni precise. Due su tre pensano che una fusione gioverebbe all'economia americana, quattro su cinque che gioverebbe all'economia italiana e pure quattro su cinque che rafforzerebbe i legami tra Stati Uniti e Italia (che la metà di loro reputa comunque forti). Fin qui, tutto bene. Ma sette su otto sono certi, certissimi che il quartier generale della Fiat-Chrysler dovrebbe stare negli Usa e non Italia: la pensano proprio –quasi- tutti come Sergio il canadese, ‘sti americanini.

sabato 1 giugno 2013

Italia/Ue: i piccoli passi di Enrico Letta nell'Unione (e a casa nostra)

Pubblicato da AffarInternazionali lo 01/06/2013

L’Unione europea non è più una nave fuori controllo, in balia della crisi. Ma non è ancora in grado di affrontare il mare aperto dei grandi progetti. E viaggia di cabotaggio, di porto in porto. Il che, adeguando il gergo, vuol dire di Vertice in Vertice: da quello chissà perché straordinario del 22 maggio, che, a non farlo, non cambiava nulla, a un altro pure straordinario, ma subito declassato a riunione dei ministri del lavoro, ai primi di luglio, passando per il Consiglio europeo di routine di fine giugno. Appuntamenti serrati sull'agenda dei leader dei 27, che mascherano, con la frequenza delle riunioni, la rarefazione e l’inconsistenza delle loro decisioni.

Il Vertice europeo dell’esordio del premier italiano Enrico Letta è stato poco più che acqua fresca, anche se tutti i leader sono stati concordi nel darne giudizi positivi, visto che non avevano litigato. Letta ha ammesso “l’emozione del battesimo” e s’è pure promosso: “Un buon debutto”.

Nell'Unione che traccheggia nell'attesa delle elezioni tedesche, l’Italia del governo delle larghe intese fa melina e prende tempo ... La prudenza di Letta e la circospezione dei leader dell’Ue non hanno però distolto la Commissione di Bruxelles dal chiudere la procedura d’infrazione contro l’Italia per deficit eccessivo:  l’Italia esce da dietro la lavagna dei somari dell’Ue e torna fra i banchi con i buoni allievi della classe europea. La sentenza dell’Esecutivo comunitario deve essere avallata dall’Ecofin, il Consiglio dei Ministri delle Finanze dei 27, e benedetta dal Vertice europeo, a fine giugno: passerà di certo i controlli, ma è accompagnata da commenti cauti e qualche riserva

L'Italia resta, del resto, una 'sorvegliata speciale'. La Commissione rivolge precise raccomandazioni a Roma: andare avanti sulla strada delle riforme strutturali, migliorare il sistema bancario,  rendere più flessibile il mercato del lavoro, spingere sulle liberalizzazioni, snellire la burocrazia e riformare la giustizia civile per dare più certezza agli investitori. Quanto al tesoretto da spendere per crescita e occupazione, quest’anno se lo sono già mangiato i pagamenti degli arretrati della P.A. alle imprese; nel 2014, si vedrà, sempre d’intesa con le autorità comunitarie; e sempre nella speranza d’una qualche grande iniziativa europea ...