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mercoledì 16 dicembre 2015

Usa 2016, repubblicani: dibattito 5, divisi su lotta a terrore e Califfo

Scritto per LaPresse e, in versioni diverse, www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 16/12/2015

Sul palco di The Venetian a Las Vegas, questa volta è scontro senza quartiere tra i candidati repubblicani alla nomination alla Casa Bianca: a sei settimane dall’inizio delle primarie, tutti contro tutti sui temi caldi del momento, sicurezza e lotta al sedicente Stato islamico. Le ricette sono molto diverse, più o meno interventiste. E c’è Jeb Bush finalmente capace di fare perdere le staffe a Donald Trump senza perdere lui la bussola; e ci sono gli emergenti Ted Cruz e Marco Rubio impegnati ad azzannarsi l’un l’altro.

A ricordarsi che l’avversario da battere, l’8 novembre 2016, l’Election Day, sarà la candidata democratica Hillary Clinton è praticamente solo Carly Fiorina, l’ex ad di HP, l’unica donna, che la chiama in causa e la accusa di essere, con il presidente Barack Obama, responsabile della nascita dell’autoproclamato Califfato.

Le luci della diretta televisiva si accendono sul palco di Las Vegas mentre gli Stati Uniti sono appena usciti dall’incubo di un attentato a Los Angeles: tutte le scuole sono rimaste chiuse martedì. A conti fatti, è stato un falso allarme, ma è la conferma di quanto il livello di guardia sia alto nell’Unione. E, infatti, si discute soprattutto di paura e di sicurezza.

I senatori Cruz, del Texas, e Rubio, della Florida, entrambi ispanici, ed entrambi in crescita, si scontrano praticamente su tutto, intervento militare, sicurezza interna, immigrazione, mentre Trump, il battistrada della corsa, sostiene le più controverse delle sue posizioni, come mettere i musulmani al bando dagli Usa e chiudere internet: “Non stiamo parlando di isolamento, ma di sicurezza. Non stiamo parlando di religione, ma di sicurezza”.

Bush, fin qui molto in ombra nella campagna, è il più critico nei confronti dello showman: “Donald è bravissimo nelle frasi ad effetto, ma è un candidato del caos e sarebbe un presidente del caos”; e, ancora, “Io sarò un comandante in capo, non un agitatore in capo”. Trump se la prende con i moderatori, che istigherebbero Jeb contro di lui. “Stai correndo per la presidenza, Donald, ed è un lavoro molto duro”; “Perché, tu sei duro?”; “Lo sono, lo sono”. Per una volta, Bush non esce groggy dal corpo a corpo.

Invece, Cruz, che è l’alfiere del Tea Party, e Rubio, il più giovane, che punta sui moderati, si beccano l’un l’altro: Cruz, che sul palco è accanto a Trump, evita la zuffa con il magnate dell’immobiliare, che la vigilia l’aveva provocato. Anche il governatore del New Jersey Chris Christie si ritaglia uno spazio: lui vuole creare una ‘no fly zone’ sulla Siria e sarebbe pronto a fare abbattere un aereo russo, se la violasse. Il che conferma la confusione esistente nel gruppo tra amici e nemici in quella zona.
Contro il terrorismo, dice Cruz “ci serve un comandante in capo come lo fu Reagan contro il comunismo”, che garantisca “la sicurezza dei nostri figli”. Lui si propone per il ruolo, ma aggiunge: “Chiunque di noi qui sarebbe infinitamente migliore di Barack Obama o di Hillary Clinton”.

Su un punto, Trump ha un po’ tranquillizzato l’establishment repubblicano, che vede una sua candidatura come fumo negli occhi, ma che teme ancor più una sua candidatura come indipendente. ‘Donald il rosso’, per via del colore dei capelli, l’ha esclusa, smentendo le voci in tal senso: “Sono pienamente impegnato – ha detto - nel Partito repubblicano”. La stessa assicurazione è venuta da Ben Carson, l’ex neuro-chirurgo nero, anch’egli sospettato di tentazioni ‘indipendentiste’.

Carson, come al solito poco loquace e per nulla efficace, è stato pure danneggiato dal tema del dibattito: lui è poco ferrato su sicurezza e politica estera.

Questo è stato l’ultimo dibattito del 2015 fra i candidati repubblicani. A gennaio, ce ne sarà un sesto, l’ultimo prima dell’inizio della stagione delle primarie, con le assemblee di partito il 1° febbraio nello Iowa. Sul palco principale, a Las Vegas c’erano pure il governatore John Kasich (Ohio) e il senatore del Kentucky Rand Paul. Gli altri candidati più indietro nei sondaggi sono stati relegati a un palco minore, senza diretta tv nazionale.

Nei rilevamenti nazionali, prima del dibattito, Trump è largamente in testa, davanti a Cruz e Rubio. Carson, che a ottobre era testa a testa col magnate dell'immobiliare, è scivolato al quarto posto. Se si guarda però allo Iowa, Cruz è davanti a Trump o alla pari, a seconda delle fonti. Una raffica di sondaggi pubblicati ieri dava Trump in ulteriore ascesa, al 38% WP-Abc e addirittura al 41% la Monmouth University, davanti a Cruz intorno al 15%, Rubio intorno al 12%, Carson, Bush e gli altri.

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