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sabato 12 febbraio 2011

Egitto: Obama mette una toppa alle gaffes degli Usa

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 12/02/2011

Questa volta, il presidente degli Stati Uniti ha parlato a cose fatte. Quattro ore dopo l’annuncio delle dimissioni di Hosni Mubarak, Barack Obama rinnova l’auspicio d’una transizione verso la democrazia «ordinata»: «L’Egitto non sarà più lo stesso, ma questo non è la fine della transizione, è solo l’inizio». Mubarak era responsabile della «fame di libertà» del suo popolo, che con la sua rivoluzione ha mostrato «il potere della dignità umana» e ha cambiato non solo il proprio Paese, ma il Mondo.

La dichiarazione del presidente, trasmessa in diretta dalla tv egiziana, tampona le gaffes dell’Amministrazione statunitense sulla crisi egiziana: cambi di rotta cosi’ palesi da ispirare alla Reuters una cronologia delle ‘virate’ di Washington di fronte agli avvenimenti al Cairo; e passi falsi diplomaticamente clamorosi, come la previsione , quasi un annuncio, fatta giovedi’ a un’audizione in Congresso dal direttore della Cia Leon Panetta, secondo cui Mubarak si sarebbe «molto verosimilmente» dimesso la sera stessa.

La sortita di Panetta aveva innescato una doppia reazione: una, sicura, la sortita, poco dopo, di Obama in Michigan, prima del discorso di Mubarak, che sembrava preludere alle dimissioni del rais; e una, un’illazione, credibile, il rifiuto del presidente egiziano di farlo per non piegarsi –questa la spiegazione- ai diktat dall’estero. Con il risultato di costringere, poi, Obama a definire «non sufficienti» i passi del rais.

In precedenza, c’erano stati altri esempi di scarso tatto (e di inadeguata conoscenza della situazione): un incontro cosi’ burrascoso da parere un litigio tra Hillary Clinton, segretario di Stato, e il ministro degli esteri egiziano Ahmed Abul Gheit; e il ruolo divenuto imbarazzante dell’inviato di Obama al Cairo, Frank Wisner, fattosi paladino di Mubarak e come tale sconfessato dalla Casa Bianca.

Adesso, in fondo, dire le cose giuste è quasi facile, anche se ci vuole prudenza, perchè non è mica chiaro come la transizione si svilupperà e in che mani finirà il potere. Certo, per alcuni versi le parole di Obama echeggiano quelle del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon e del ‘ministro degli esteri’ europeo Lady Ashton, che dicono, quasi all’unisiono, che «la voce del popolo è stata ascoltata».

Ma, oltre che alla voce degli egiziani, gli Stati Uniti tendono l’orecchio pure alle voci dei loro alleati nella Regione: l’Arabia Saudita, che pare a tenuta stagno ma che, dopo avere accolto Ben Ali’ in fuga dalla Tunisia, ora accusa il colpo dell’ uscita di scena di Mubarak; e Israele, che con Mubarak perde un’interlocutore arabo che non aveva mai messo in dubbio la pace costata la vita al suo predecessore Anwar el Sadat.

Gli Stati Uniti hanno tradizionalmente un interlocutore fidato nell’esercito egiziano, che ha finora favorito la transizione e mantenuto il rispetto della piazza e che, solo martedi’ scorso, ha ricevuto il pubblico elogio del segretario alla difesa Robert Gates, per essersi comportato «in modo esemplare» tenendosi da parte, pur essendo presente, durante le proteste. Un elogio ripetuto e sottolineato, ieri sera, dal presidente Obama.

Obama ha saputo delle dimissioni di Mubarak «mentre partecipava a una riunione nello Studio Ovale», ha detto un portavoce. E poi “ha guardato per parecchi minuti alla tv le immagini dal Cairo”. Mentre lui preparava il suo commento, il suo vice,
Joe Biden, nel Kentucky, addobbava l’attesa con qualche ovvietà: “un giorno storico”, un “momento cruciale”; i giorni a venire saranno «delicati e gravidi di conseguenze”.

Si’, ma quali? L’andamento della crisi suscita interrogative sulle capacità d’analisi della diplomazia e dell’intelligence americane. E Biden, infatti, non si fida e va sul sicuro: «La transizione deve produrre un cambiamento irreversibile e approdare alla democrazia». Come, domani è un altro giorno.

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