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mercoledì 26 settembre 2012

Onu: le paci dimenticate di una governance anacronistica

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 26/09/2012

Magari, vi dimenticate che esiste per tutto l’anno, tanto la sua azione è discreta, leggasi inefficace. Poi, arriva la settimana dello struscio diplomatico a New York e il Palazzo di Vetro, la sede dell’Onu, una delle icone della Grande Mela dagli Anni Cinquanta, vibra di sussulti mediatici. Non dura molto, statene certi: affluiti a frotte da tutto il Mondo, i leader –quest’anno, 120 capi di Stato o di governo o ministri degli esteri- se ne vanno; e la grande aula del governo planetario ritrova ritmi e riti consueti. Gli uni e gli altri inadeguati alla governance globale del XXI Secolo: lo sanno tutti, anche sacerdoti e vestali delle Nazioni Unite, ma sono quasi vent’anni che si discute, ad esempio, della riforma dell’anacronistico, nella sua composizione, Consiglio di Sicurezza ed ancora non quaglia nulla.

L’annuale apertura dell’Assemblea generale è momento di spolvero diplomatico, non di decisioni. Ma, almeno una volta, bisogna venirci: farsi vedere ed essere visti. Per il premier Monti, poi, potrebbe non esserci altra occasione: eccolo, dunque, a New York. Proprio come Barack Obama, star della giornata d’avvio, per il quale potrebbe invece essere l’ultima volta.

I dibattiti affrontano a tutto campo l’attualità internazionale, soprattutto gli sviluppi drammatici della Primavera araba, la situazione in Siria, la presunta minaccia nucleare iraniana. Problemi che l’Onu tratta durante tutto l’anno, ma raramente risolve: la Guerra del Golfo del ’91, qui decisa, resta un momento di gloria; l’invasione dell’Iraq, subita, ma non avallata, una ferita; in Libia, l’Onu diede un dito, la Nato si prese la mano; in Siria, manco un dito –ma nessuno vuole la mano-.

Il fatto è che le Nazioni Unite, che oggi contano 193 Stati membri, sui 202 censiti al Mondo, e osservatori illustri –fra gli altri, la Santa Sede e l’Autorità nazionale palestinese-, hanno ancora strutture e logiche dell’epoca in cui nacque (il 1945, l’immediato dopoguerra) e del lungo inverno della Guerra fredda. L'articolo 7 ne determina l’organizzazione: sei organi principali; e una serie d’agenzie, fondi, commissioni e programmi sovente decentrati –Roma ospita Fao, Ifad, Pam-.

L’Assemblea generale è l’organo principale: la formano tutti gli stati aderenti; uno Stato, un voto, pare quasi il trionfo della democrazia. Qui si accettano i nuovi membri, si sospendono o si espellono quelli che meritano sanzioni del genere, si vota il bilancio e si eleggono i membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza.

Che è l’organo esecutivo, vero depositario del potere di decisione (o, più spesso, di blocco):  è composto da 15 Stati; 5 sono permanenti (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina, i vincitori della Seconda Guerra Mondiale e le cinque potenze nucleari ‘legittimate’); 10 sono eletti ogni due anni –cinque l’anno-. Fino al 1966, il Consiglio era composto solo dai membri permanenti, che hanno tutti –e solo loro- diritto di veto: nel 1992, la Russia sostituì l’Urss; nel 1970, la Cina aveva sostituito Taiwan. Spetta al Consiglio di Sicurezza garantire la sicurezza internazionale: intervenire per evitare che contrasti fra i paesi degenerino in conflitti e, in caso di guerra, ristabilire la pace.

C’è poi il segretario generale, con un vasto apparato burocratico: viene raccomandato dal Consiglio e nominato dall'Assemblea, resta in carica per cinque anni e può essere rinnovato. Oggi, il posto è del sudcoreano Ban Ky-moon, al secondo mandato e in carica fino al 2016. Alcuni li ricordate, come il predecessore di Ban, Kofi Annan, che si oppose all’invasione dell’Iraq decisa senza l’avallo dell’Onu; molti restano opachi. L’eroe è Dag Hammarskjold, svedese, morto in missione nel Congo in guerra nel 1961; l’onta è Kurt Waldheim, austriaco, ex nazista.

Tutto ciò, specie le missioni di pace degli ormai mitici ‘caschi blu’,  costa un botto. Il bilancio dell’Onu 2011 era di 2.415 milioni di dollari, il 22% pagato dagli Usa. In più, il peacekeeping costò 4.148 milioni di dollari. L’Italia, 6° contribuente e principale fornitore occidentale di uomini alle missioni di pace, è tra i Paesi virtuosi, poche decine in regola coi contributi, Per il biennio 2012/’13, si fa un esercizio di ‘spending review’: obiettivo ridurre del 6,6% le spese. L’efficienza, quella, andrebbe aumentata.

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