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venerdì 14 settembre 2012

Primavere arabe: miopie ed errori prima, durante e ora

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 14/09/2012

Non le abbiamo viste arrivare, anzi ci hanno preso con il sorcio in bocca, mentre stavamo a fare i peggio affari, o le meglio vacanze, con i satrapi che il popolo s’apprestava a rovesciare. Non le abbiamo sapute gestire –ammesso che ci toccasse-, anzi, a dire la verità, non  ci abbiamo neppure provato, perché –la frase è bella- “mica vuoi metterti contro la volontà del popolo”. E, infine, non abbiamo capito che cosa sarebbe successo dopo: gli islamici al potere, magari moderati, ma un po’ meno amici e alleati.

E la Libia?, uno dice. Beh, vuoi mettere?, quella è un caso a parte, c’è il petrolio, tanto, e negli equilibri del Medo Oriente contava il due di picche. Sì, ma adesso che non c’è più lui, Gheddafi, al Qaida è dappertutto nell’Africa sub-sahariana, controlla Paesi come il Malì e prende in ostaggio nostri concittadini laggiù a fare i cooperanti, o a fare i turisti (ma che non ci vadano, a fare i turisti!).

Allora, queste Primavere arabe sono state una iattura?, il mondo era meglio prima? Intendiamoci, non che fosse facile decifrare che cosa stava per succedere e decidere come comportarsi, ché quanto accade in certi parti del Mondo ci è sempre enigmatico e misterioso, un po’ come deve esserlo per chi vive nel sub-continente indiano o nel Mondo arabo capire che l’Europa e l’euro sono in crisi, ma gli europei continuano a vivere tanto meglio di loro.

E intendiamoci ancora, a più forte ragione: nessuno vuole fare il discorso del ‘si stava meglio quando si stava peggio’ e tessere l’elogio di chi ha usurpato i diritti e la libertà del proprio popolo, Ben Alì, Gheddafi, o al Assad, che, tra l’altro, è la prova tuttora governante di come le lezioni del 2011 non ci siano servite in Siria, dove c’è meno petrolio che in Libia, ma c’è più intreccio politico mediorientale. Al Assad è fuori, diciamo, ma chi lo combatte è meglio di lui? A questo punto, uno, sempre lo stesso, dice: “Ehilà, ti sei dimenticato Mubarak”. No, ma è che io, per difetto di conoscenza, forse, proprio non riesco a mettere Mubarak, e i suoi predecessori, sullo stesso piano di certi loro vicini.

Dunque, le Primavera arabe portavano attese di democrazia ie di libertà n una parte del Mondo che non le ha mai conosciute pienamente, almeno così come le intendiamo noi. E segnava – questa c’è tanto piaciuta che abbiamo finito per crederci- il trionfo dei social networks sui media tradizionali: alle folle tunisine ed egiziane, faceva un baffo se la radio, la tv e i giornali più importanti erano in mano al regime, loro avevano twitter e internet ed erano a posto.

Però, c’è qualcuno che ha davvero mai creduto che il dopo Gheddafi sarebbe stato una Libia democratica tipo Svezia? Onore alla Tunisia, per quanto ha fatto e sta facendo; e onore pure all’Egitto, dove un apparato statale c’è e pare reggere così che la transizione avviene in modo meno violento di quanto si poteva temere.

C’è già andata bene, che nessuno ha finora pensato –o, se ci ha pensato, non l’ha fatto- di ripetere gli orrori diplomatici e democratici dell’Algeria negli Anni Novanta e della Palestina all’inizio del XXI Secolo: “Votate”, incoraggiamo quei popoli; “Ah, ma avete votato male, troppo integralista, troppo islamista”, fermi tutti, non vale.

Sul Corriere della Sera, Angelo Panebianco ha ieri scritto che i fatti di Bengasi possono ricollegarsi a una singolarità libica, l’essere quel Paese un ‘non stato’, un po’ come la Somalia, o l’Afghanistan, dove l’autorità centrale non copre l’intero territorio nazionale, anzi ne copre parti ridotte. In tal caso, la strage anti-americana potrebbe essere un “episodio circoscritto”: la stessa protesta, in Egitto, è stata intercettata dalle forze dell’ordine, in Libia no.

Ma c’è anche l’ipotesi che sia “l’avvio di una nuova fase della guerra anti-occidentale di un estremismo arabo sunnita uscito rinforzato dalle cosiddette rivoluzioni arabe”, come la rivendicazione di al Qaida e la quasi coincidenza con l’11 Settembre indurrebbe a credere, anche se i terroristi sanno menare vanto ‘ex post’ di azioni che non hanno né organizzato né compiuto.

Dietro questa lettura, altre ansie e altri dubbi. Come fai, sbagli: appoggi la dittatura, che ti garantisce in funzione anti-terrorismo, ma tradisci i principi della democrazia; incoraggi l’insurrezione, e la armi, come avviene in Siria, o la assisti militarmente, com’è avvenuto in Libia, e allora rafforzi le componenti integraliste, che, una volta sbarazzatesi del tiranno, non ti mostrano riconoscenza, ma anzi ti combattono come nemico.

La cosa giusta è spesso facile da fare, ma è più spesso difficile da individuare.  Certo, a provarci senza spocchia e senza pregiudizi, si sbaglia di meno.

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