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giovedì 15 novembre 2012

Usa: Petraeus, c'erano una volta in America generali presidenti

Scritto per l'Indro il 14/11/2012

C’erano una volta in America generali che diventavano presidenti. E ci sono oggi generali che, sulla via della presidenza, vengono falcidiati da errori tattici  o da scandali rosa, gli uni e gli altri poco appropriati a uomini in uniforme con le stellette. Dove stia il bene, e dove stia il male, ciascuno giudichi da sé.

La storia degli Stati Uniti è zeppa di generali divenuti presidenti, fin dagli albori della bandiera allora a 13 strisce e altrettante stelle: George Washington, comandante dell’esercito della Guerra d’Indipendenza dal 1775-1783, fu poi il primo presidente dal 1789-1797.

E, dopo di lui, senza pretesa di completezza, ricordiamo William Harry Harrison, generale nelle Guerre Indiane, 9.o presidente, quello dal mandato più corto, perché s’insediò in un giorno di pioggia e freddo, il 4 marzo 1841, e morì il 4 aprile della broncopolmonite contratta per avere voluto cavalcare senza mantella dal Congresso alla Casa Bianca. Il suo nome è pure legato alla maledizione di Tecumseh, il capo indiano da lui sconfitto, che si sarebbe abbattuta su tutti i presidenti americani eletti nell’anno zero: non terminare in vita il proprio mandato. Ronald Reagan fu il primo a uscirne indenne, dopo quasi un secolo e mezzo.

Dopo Harrison, fu la volta di Ulysses Grant, il comandante in capo dei nordisti durante la Guerra Civile, 18.o presidente (1869-1877): fortunato come generale, non granché come presidente, più avvezzo alla bottiglia che alla politica. Quindi, ci fu Theodore Roosevelt, che non fu mai generale ma guidò un battaglione di volontari, i Rough Riders, a Cuba nella guerra ispanico-americana alla fine del 19.o Secolo, divenendo un eroe. Entrò alla Casa Bianca come 26.o presidente (1901-’09) e si guadagnò pure l’effigie sul Monte Rushmore, accanto a Washington, Thomas Jefferson e Abraham Lincoln. Infine, toccò a Dwight Eisenhower, il generale dello Sbarco in Normandia nel D-Day,  34.o presidente, 1953-’61.

Da allora, e sono passati più di cinquant’anni, i generali hanno perso il feeling con la Casa Bianca. Altri comandanti della Seconda Guerra Mondiale covarono ambizioni politiche, come Douglas MacArthur, il generale della resa dei giapponesi, o il generale d’acciaio George Smith Patton, se fosse vissuto più a lungo –morì per un incidente poco dopo la fine del conflitto-.

Poi sulla via della Casa Bianca si sono messi, senza fortuna, il generale Alexander Haig, comandante in capo delle forze della Nato, poi segretario di Stato per un breve periodo con Reagan; il generale Colin Powell, che, dopo l’esperienza del Vietnam, fu consigliere per la sicurezza nazionale e quindi, con George W. Bush, segretario di Stato, il primo nero in quell’incarico; e, più di recente, il generale Wesley Clark, anch’egli come Haig comandante in capo delle forze della Nato e comandante della Guerra dei Balcani nel 1999. Tutti repubblicani, nessuno mai arrivato per vicende diverse alla nomination. Come non ci arriverà più il generale David Petraeus, che molti già consideravano in pole position per il 2016.

In realtà, gli americani sembrano refrattari ai militari usciti dalle esperienze belliche più recenti, la Guerra di Corea, il Vietnam, la Guerra del Golfo del 1991 e, ora, l’Afghanistan e l’Iraq. Anche i reduci dal Vietnam, come se portassero il marchio di quella sconfitta, restano fuori dalla Casa Bianca: il democratico John Kerry e il repubblicano John McCain furono sconfitti, rispettivamente, nel 2004 dall’imboscato Bush e nel 2008 dal più giovane Obama.

Solo al cinema i reduci dal Vietnam conquistano la Casa Bianca. E ci fanno un figurone: nel 1996, Bill Pullman in Independence Day; e nel 1997, Harrison Ford in AirForceOne.

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